Particolare del telero di Vittore Carpaccio, "Il Miracolo della Croce a Rialto" (o "Guarigione dell'ossesso")

Il Meticciato a Venezia. La Serenissima e le sue contaminazioni.

Particolare del telero di Vittore Carpaccio, “Il Miracolo della Croce a Rialto” (o “Guarigione dell’ossesso”)

 

Sto lavorando ad un opera sul meticciato nel veneziano, per una università americana. Già! Strano che nessun Ateneo Italiano, né istituzione Accademica, mi abbia mai chiesto lumi su questo tema. Evidentemente è un argomento poco interessante su cui lavorare, oppure è talmente particolare che lo deve trattare solo chi ha un titolo di studio equiparato a studi umanistici super partes, e poco importa dell’autorevolezza, profonda conoscenza, sapienza, preparazione e, soprattutto, ESPERIENZA  su questo tema, di chi ci è nato, cresciuto, studiato, toccato con mano ed imparato. Ma poco importa. Non è lo scopo di questo mio scritto, oggi. Fortunatamente gli interessi sono planetari e non esiste solo il paesello!

 

 

Il mio viaggio nel mondo del meticciato a Venezia, è iniziato, quando, durante le mie innumerevoli visite all’Accademia (Ufficialmente chiamato Gallerie dell’Accademia) di Venezia, notai, nella sala grande della confraternita, un piccolo, grande particolare in uno dei  teleri esposti. Un telero, per chi non lo sapesse, era un tipo di pittura, diffusa a Venezia a partire dal XIV secolo, che utilizzava tele di vaste proporzioni, applicate direttamente ad una parete e dipinte con colori ad olio; questa tecnica permetteva  un degrado minore, rispetto all’affresco, nelle particolari condizioni di alta umidità, tipiche della città lagunare.

 

 

Insomma, si trattava del telero di Vittore Carpaccio, “Il Miracolo della Croce a Rialto” (o “Guarigione dell’ossesso”), databile al 1494-1495, il cui tema  era quello del miracolo della guarigione di un indemoniato per mezzo della reliquia della Vera Croce, imposta dal Patriarca di Grado, Francesco Querini, avvenuta nel Palazzo a San Silvestro, sul Canal Grande, vicino a Rialto.

 

 

Un telero brulicante di vita nella descrizione delle attività umane che si svolgevano nella veduta urbana, con personaggi come bottegai, mercanti, barcaioli, notabili, membri della Compagnia della Calza, che si mescolavano a passanti occasionali e a stranieri in vesti orientali, passeggiando nell’area sotto la loggia che segue l’attuale Rive del Vin, fino al Ponte di Rialto, cuore economico di Venezia. Uno straordinario ritratto della città dove l’occhio fa fatica ad individuare l’evento principale, inghiottito dall’abbondanza dei particolari che raccontano, con una completezza di descrizione e una chiarezza di informazioni visive, la vita secolare di questa città.

 

 

Tra le gondole che solcano il Canal Grande, mi ha letteralmente colpita quella in cui si vede un gondoliere moro, molto probabilmente schiavo domestico di qualche illustre famiglia del tempo. Ora, non che fosse una novità, vista la storia di commercio redditizio, in esseri umani (teste, come scrivevano nei loro contratti), durante il Medioevo e la prima età moderna, dei mercanti Veneziani (e Genovesi), nonostante la contrarietà dei Pontefici di allora. Ma ripercorrere questo evento fa sempre bene perché ci rammenta che spesso, viviamo di pregiudizi e relativa ignoranza verso la storia. La tratta degli schiavi a Venezia sopravvisse per un bel periodo, nonostante il disappunto dei Pontefici, ma il compromesso era dietro all’angolo, e, quindi, si continuava ad importare schiavi a patto che non fossero cristiani e, dopo la conversione, potevano essere liberati. Una volta liberi, gli ex schiavi diventavano cittadini come tutti gli altri.

Telero di Vittore Carpaccio, “Il Miracolo della Croce a Rialto” (o “Guarigione dell’indemoniato”), databile al 1494-1495.

 

Testimonianze di questi schiavi, presenti nella Dominante, ve ne sono moltissime, ma in rarissimi conosciamo la loro storia e chi veramente fossero. E comunque non erano schiavi tipici dell’immaginario americano, uomini e donne che stavano curvi sotto il sole nelle piantagioni di cotone, bensì, si trattava, quasi esclusivamente, di schiavi domestici e in gran parte di donne.

 

 

Gli schiavi arrivavano, finché rimase aperta la via della seta, dalle colonie del Mar Nero: la genovese Caffa e la veneziana Tana. Si trattava di non cristiani provenienti dall’Asia centrale (soprattutto tatari e circassi) e il commercio andò avanti fino alla fine della pax mongolica, a inizio Trecento. Tra XV e XVI secolo gli schiavi centro asiatici furono sostituiti dagli africani.

 

 

Sicuramente le ricerche sino a qui condotte, mi hanno aperto un mondo davvero affascinante e, visto con la mentalità e le usanze dell’epoca, riesco, persino, a scorgere una sorta di pietas nel rapporto tra padrone e schiavo veneziano. E’ il caso, per esempio, di tal Lazzaro Zen, ritratto da Francesco Guardi nel 1770.

 

 

Lazzaro Zen, (Nome originario, Alì), era un giovane ventenne proveniente dalla Guinea, ovvero, secondo l’interpretazione estensiva dell’epoca, da una zona indefinita della costa dell’Africa occidentale che andava dal Senegal al Gabon (l’area da cui provenivano pure gli schiavi destinati alle Americhe). Non si sa perché sia arrivato a Venezia, con ogni probabilità era uno schiavo, destinato ai servizi domestici, come parecchi africani in quel periodo. Pare fosse di moda tra gli aristocratici di quell’epoca,  avere del personale nero in casa, e non potendo tenere schiavi cristiani, spesso si convertivano, divenendo persone libere, ma alle dipendenze degli aristocratici. Così fece Lazzaro, il quale, dopo la conversione, venne decisamente protetto dalla ricca famiglia patrizia degli Zen. Venne mandato ai Catecumeni, dove gli viene insegnata la dottrina cattolica. Lì, infatti, risiedevano coloro che desideravano convertirsi al cristianesimo, mossi più dalla volontà di inserirsi nella società veneziana che dalla fede: prigionieri di guerra, ebrei, turchi di fede islamica che affluivano sempre più numerosi a Venezia, specie dopo la vittoria nella Battaglia di Lepanto (1571). I neofiti erano ammessi alla cerimonia di battesimo accompagnati dai loro padrini: ricchi cittadini ed esponenti delle nobili famiglie veneziane che si offrivano di accompagnare il loro protetto nella solenne celebrazione.

 

 

Ebbe come padrino di battesimo tal Renier Zen, e come d’usanza all’epoca, prese il suo cognome. Prese anche il nome (Lazzaro) di suo figlio, morto in tenerissima età, un nome inconsueto nel patriziato veneziano, ma molto comune tra i convertiti.  Il tutto in una cerimonia a San Zaccaria, una delle chiese più importanti di Venezia, e viene officiata dal patriarca, Giovanni IV Bragadin. Lazzaro venne ritratto da Francesco Guardi , abbigliato con vesti preziose e sull’elegante cappello piumato campeggia lo stemma di quel ramo della famiglia Zen. A tutto questo spiegamento di propaganda segue l’oblio: di Lazzaro Zen non si sa più nulla, nemmeno l’anno della morte.

 

 

Il protagonista di questo dipinto è il catecumeno Lazzaro Zen, ritratto con le mani giunte in preghiera e lo sguardo assorto, mentre nel registro superiore destro della tela appare la figura allegorica della Fede, riconoscibile dai canonici attributi del calice e della croce.

 

Interessante anche la storia di Giacomo Casanova, che a Trieste ha un’avventura con una donna nera, schiava domestica della contessa di Burghausen. Di questa storia ci rimane la testimonianza del suo scritto,Storia della mia vita, in cui raccontò come la domestica gli disse “una cosa che difficilmente si può dimenticare.  Io non capisco, mi confessò un giorno, come tu possa essere tanto innamorato della mia padrona quando è bianca come un diavolo. Le domandai se non avesse mai amato un bianco e lei mi rispose di sì, ma solo perché non aveva mai trovato un nero“.

 

 

 

Ed ancora, vi sono altre storie, seppur rare, di mori veneziani che mi hanno davvero entusiasmato e che ho studiato (e continuo a studiare) con certosina pazienza, anche grazie ad uno storico libraio e grande conoscitore della storia Veneziana.

 

 

 

Constatare come vi siano stati neri che hanno venduto altri neri, loro confinanti,  arabi che glieli hanno ricomprati in Mali o in Ghana, per poi trascinarli attraverso il Sahara e rivenderli a bianchi che ne fanno tratta; più giù, altri arabi che catturano altri neri e li fanno castrare prima di portarli a Cairo o Istanbul, per poi rivenderli. Bianchi che rivendono bianchi; cristiani di Spagna che fanno schiavi cristiani come loro, ma neri. In tutto questo marasma riuscire a scorgere una piccola differenza (non che aiuti a temperare l’orrore del genere umano, ma tant’è!), e che cioè, nel Mediterraneo lo schiavo rimaneva, tutto sommato, una persona con la sua identità, con la sua religione e con una remota possibilità di riscatto; al contrario, sulle navi per le Americhe, i neri erano solo dei “pezzi” da trasportare e da rivendere, spogliati della loro identità e della loro dignità.

 

 

I colleghi USA, mi hanno dato l’opportunità di sviluppare questa parte della storia veneziana anche, e soprattutto, in chiave di lettura del meticciato, specialmente per quella ricorrente litania che, su queste latitudini si sente acclamare spessissimo, e cioè che “il sangue dei Veneti è puro“. Niente di più falso, a quanto dimostra la storia. Sempre che vogliamo dare seguito, significato e veridicità alla parola “purezza“. Se si vuole credere che il DNA Veneto possa essere puro, come la mettiamo con tutte le influenze e contaminazioni  nordafricane, ostrogote, arabe, africane  o orientali, create e subite nei mille anni di storia??? E davvero siamo titolati a scandalizzarci per questa scoperta, frutto di analisi, testimonianze e approfondimenti, pur sapendo benissimo che, tra le cose che fecero grande la Serenissima, vi fu quello che oggi chiamiamo integrazione razziale, un pot pourri dei principi cristiani di comprensione, bene comune e rispetto reciproco? Pensiamo forse di poter confutare la teoria della purezza semplicemente perché non vediamo né incontriamo, per le calli, veneziani di colore (diverso dal bianco) o mulatti (resi tali da generazioni dopo generazioni)? E che diciamo di coloro che hanno il cognome di tutte le declinazioni di Moro (Moretto, Morét,, Moratti, Moreschi, Moroni….) ???

 

 

 

Insomma…  per me, che adoro visceralmente le grandi sfide, sono davvero entusiasta di questa nuova investitura, perché è una vera e propria responsabilità. La responsabilità di rammentare un percorso storico spesso bistratto e protagonista di inutili dibattiti. E la semplicità di un ragionamento sorretto da documentazioni innegabili. Sono convintissima di essere all’altezza del compito e che ne uscirà un’ottimo lavoro. Buona fortuna a me!

 

 

 

@Wizzy, Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Multipotentialite Wantrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder IG MBA Métissage Boss Academy ,  MBA Metissage & Métissage Sangue Misto.    Mi trovi anche sul Canale Telegram, e su ClubHouse come @wizzylu.

 

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