La cosmologia birazziale di Obichukwuka Leandro Lyone.

Essere Italo-Naija, con un profondo senso di appartenenza, non è da tutti.

Mi è sempre piaciuto il detto:  “Ciò che sei non deve definire chi sei“, perché è una delle realizzazioni più vere che possiamo fare, come esseri umani ed averne la consapevolezza richiede il lasciare andare chi immaginiamo di essere.

 

Obichukwuka Leandro Lyone. Photo Credit: Blessing Erhahon

 

C’è una piccola, ma significativa conversazione, tra Simba, figlio del “Re Leone” Disneyiano  Mufassa, e l’anziano e saggio Rafiki (in Swahili, amico), mandrillo-sciamano-consigliere di corte:

Simba: Chi sei?

Rafiki: So esattamente chi sono. Il quesito più giusto è, semmai, “chi sei tu“?

Simba: Sono nessuno, quindi lasciami stare, ok?

Rafiki: Tutti sono qualcuno, anche un nessuno è qualcuno.

Simba: Beh! Penso tu sia confuso!

Rafiki: Io confuso? Non sai nemmeno chi sei!

Simba: OOWWW! Immagino, invece, che dovrei saperlo!

Rafiki: Seguimi. Ti mostrerò chi sei….

 

E così Rafiki accompagna Simba a riscoprire se stesso, mettendolo dinnanzi allo spirito di quel padre defunto, di cui ha dimenticato gli insegnamenti, ciò che gli ha trasmesso e le sue radici. Lo spirito di Mufasa invita Simba a smettere di fuggire, a tornare a guardare dentro sè stesso, ad accettare e comprendere chi è davvero. Non gli rivela chi è stato il suo assassino (il fratello Scar), perché compito di  Simba è trovare la verità, e solo lui può compiere il suo percorso, non possono farlo altri al posto suo.

 

E così la metafora funziona per tutti noi. Siamo invitati al richiamo del “conosci te stesso” (Gnoti sautòn), frase iscritta nel frontespizio del Tempio dell’oracolo di Delfi, scavando, con il coraggio di prendere la responsabilità della nostra vita.

 

Ho conosciuto Obi in circostanze davvero particolari. Particolari per me, perché ero nella fase in cui applicavo alla lettera la massima incisa nell’oracolo, da Talete di Mileto e, poi, ripreso, nel suo significato spurio, da Platone,  cioè, prima di pensare a cambiare il mondo, fare le rivoluzioni, meditare nuove costituzioni, stabilire un nuovo ordine – diceva – scendete prima di tutto nel vostro cuore, fatevi regnare l’ordine, l’armonia e la pace. Soltanto dopo, cercate delle anime che vi assomigliano e passate all’azione. Ecco! Io ero già nella fase del “cercate delle anime che vi assomigliano” e lui è apparso nel mio percorso (grazie alla segnalazione di un nostro amico comune, Massimo Modesti, che qui ringrazio pubblicamente), così … d’incanto, leggendo il suo coraggioso blog Dugiotto.com.

 

 

Ciò che mi colpì subito, era l’interlinea di presentazione al suo blog in cui scrive, letteralmente, “Dugiotto – Let your CHI speak“. Non tutti sanno cos’è/chi è il “CHI“, o, perlomeno, non tutti ne fanno un perno su cui ruotare la propria vita. Per noi Ndi Igbo, “CHI” è la personificazione del destino di ognuno di noi, un Arushi (un essere sopranaturale), un dio personale, un angelo custode, l’anima …. insomma uno spirito personale che ci accompagna nel nostro cammino su questa dimensione. Il concetto Igbo di CHI non è un concetto astratto, né ordinario, ma una realtà vivente nella vita quotidiana ed esperienza dell’individuo nella comunità. Ha effetti di vasta portata sulla psiche individuale e sull’autorealizzazione ed il suo ruolo è quello di determinare il successo o il fallimento di una persona, oltre che a guidarlo in quello che è il suo percorso sulla terra (Uwa), già prestabilito da CHUKWU (il Dio Supremo) prima della sua nascita e ad essere un intermediario tra i viventi (MMADU) e Dio (CHUKWU).

 

Gli Igbo sanno che l’Onnipotente Chukwu non può essere manipolato in alcun modo. Il nostro destino è impresso sul palmo delle nostre mani come il destino. Non si può decodificarlo, ma si può farlo deragliare. Ed ecco CHI, il guardiano divino personale, che viene in aiuto: “Onye kwe chi ya ekwe” (chiunque crede, realizza).

 

CHI, come forza inferiore di Chukwu, è l’unico mezzo attraverso il quale ci si può connettere al supremo. La legge spirituale qui è che nessuno raggiunge Chukwu direttamente o ottiene il favore direttamente dalla stessa forza suprema, tranne che attraverso CHI“. In questo senso, trovare il  proprio CHI segna l’inizio della consapevolezza del proprio viaggio spirituale sulla Terra.

 

Nella esortazione di Obi, (che poi è anche la mia, per forza di credenza trasmessa delle nostre radici), ho visto anche molto del mio concetto di “conosci te stesso” e cioè riconoscere il nostro vero essere, quello che siamo realmente, oltre qualsiasi speculazione intellettuale o razionale, oltre a qualsiasi supposizione, e oltre a qualsiasi etichetta. E’ conoscere la radice della nostra esistenza, il proposito fondamentale e la nostra eredità cosmica. E di tutto questo, ovviamente, ne sappiamo veramente poco o nulla. Il principio filosofico della vita e la primordiale affermazione che l’essere umano possiede alcune profondità, attecchite in suoli di immortalità, e un anelito altissimo, che esige di scoprirle e manifestarle.

Tra le righe di quest’intervista, leggerete la nostra voglia di andare oltre le etichette che la Società, e noi stessi, ci siamo appioppati addosso, dalla notte dei tempi, adattando,  il nostro senso della realtà e le definizioni che abbiamo imparato a darci, assumendoli come verità indiscutibili ed oggettive, a tal punto da credere di esserci messi alla prova, a quasi tutti i livelli, e di sapere, con tanta sicurezza, chi siamo. Essere birazziali, avere due culture, vivendo in due ambienti geografici completamente diversi, in fin dei conti, sono semplici etichette.  Le etichette ci racchiudono e ci costringono a una categoria in cui spesso ci si aspetta un comportamento di un certo tipo, che ci piaccia e non ci piaccia certe cose a causa della categoria a cui apparteniamo. Chi vuole vivere così?

 

Non siamo, forse, più del colore della nostra pelle, della nostra sessualità, status socioeconomico, ideologia politica, religione, occupazioni, lotte e trionfi? Sì. Queste caratteristiche, insieme a molte altre, sono pezzi della nostra identità, ma quando rimuoviamo le etichette siamo tutti una cosa: persone. Quando togliamo le etichette che abbiamo creato, in fondo, in fondo,  siamo tutti uguali. Siamo moltitudini, ma il nostro sé sociale non incapsula il nostro essere.   E attenzione: quando ti sintonizzi sulla tua consapevolezza essenziale, piuttosto che sui tuoi ruoli, la realtà del sé sociale sarà minacciata. Inizia a indebolirsi, sgretolarsi, perdere il suo senso di solidità. Questo potrebbe essere spaventoso. Ma imparerai che la versione essenziale di te può e deve abbracciare quella perdita. La morte è uno spogliarsi di tutto ciò che non sei tu. Il segreto della vita è” morire prima di morire “e scoprire che “non c’è morte“.

 

Obi Lyone

 

Ciao Obi. Perdonami la lunga digressione, ma era necessario fare una premessa sul senso di CHI di noi Ndi Igbo e della ricerca di noi stessi, di noi Italiani-Europei-Occidentali. Allora…… Chi/Cosa sei”?

Ciao a tutti! Il mio nome completo è Obichukwuka Leandro Lyone (ho 3 nomi). Sono un ragazzo mulatto di 24 anni, nato e cresciuto nel milanese. Mia madre è nera, nigeriana Igbo, mentre mio padre è bianco, un siciliano lombardizzato. Nella vita studio (da indipendente), gioco a basket e scrivo (da poco). Professionalmente parlando non saprei definirmi, ho avuto esperienze in diversi settori (molto distanti tra loro) per comprendere quali fossero le mie vocazioni (tutt’ora). Ultimamente sto cercando di aprire un’associazione sportiva e diventare allenatore, ma diciamo che sono un essere in continuo divenire.

 

In quale ambiente hai vissuto?

 

Vengo da una famiglia modesta. Prevalentemente ho vissuto in un ambiente “bianco”, considerando la scuola e i miei amici d’infanzia, però per quanto riguarda i legami familiari, sono sempre stato più connesso con la famiglia di mia madre.

 

Che tipo di istruzione e educazione hai ricevuto?

 

Ho ricevuto un’istruzione basic. Niente di particolare. Ho frequentato il liceo artistico a Milano e poi sono passato all’accademia. Ai tempi del liceo studiavo tanto, peccato che le cose che studiavo non avevano tanto a che vedere con le materie trattate a scuola.

 

Cioè? Come e cosa avresti voluto studiare a scuola?

Mi ricordo che approfondivo molto sulle questioni ausiliari, tipo quelle nozioni poste in parentesi per curiosità alla fine di un capitolo. Se mi avessero interrogato su quelle cose, probabilmente avrei ricevuto una borsa di studio per la Sorbona (scherzo). Però, appunto, quelle cose erano considerate solo una “curiosità”, a tanti docenti interessava più l’ordinaria sintesi. In realtà non è che studiavo cose che non centravano affatto, erano comunque questioni che orbitavano attorno alle materie trattate, ma venivano categoricamente snobbate, diremmo “bypassabili” secondo l’itinere scolastico.

Ad esempio, ultimamente sto approfondendo su Dante, un personaggio che mi ha sempre incuriosito e che ho sempre stimato fin dai tempi del liceo. Egli stesso palesò in una delle lettere a Cangrande (mi pare fosse lui ma potrei sbagliarmi) che esistono ben 4 chiavi di lettura per la Commedia: letterale, allegorica, morale e anagogica. Non ricordo che a scuola venne mai posto un focus sulle ultime 2. In particolare, quella anagogica avrebbe sollecitato la mia sfera spirituale facendomi incuriosire,  probabilmente, già da allora, sarei stato follemente innamorato del poeta, e di conseguenza (magari) avrei potuto prendere voti migliori.

Invece, ricordo bene che oltre a Dante dovevo imparare contemporaneamente (a mo’ di compitino) l’ordinaria sintesi di temi trattati in altre 10/11 materie, di conseguenza l’ordinaria sintesi del povero Dante mi diventava un palla al piede (cosa che non si meritava affatto).

Per quanto riguarda l’educazione direi che principalmente sono stato cresciuto da mia madre. Lei mi ha tirato su a “casa, chiesa e buoni voti”. Non avevo molto margine di errore, più o meno dovevo stare dentro quella linea. Però poi la cosa ha iniziato a stringermi e con molte difficoltà ho preso una deriva tutta mia. Diciamo che mi sono auto-educato su tante questioni (quelle più care a me).

Comunque, aldilà di tutto questo, ho ricevuto tanto amore e attenzioni, un po’ meno l’ascolto. Mio padre invece, durante la mia adolescenza, è sempre stato un po’ più assente, all’apparenza anche indifferente, però da lui ho imparato delle cose molto preziose.

 

Sto lavorando molto per cambiare una certa narrazione anche nelle scuole. Cosa hai trovato, nella tua esperienza personale, di poco interessante a scuola? Cosa c’è che non va, sempre secondo te, nel sistema educativo italiano?

Rispondo allacciandomi ed estendendo la risposta alla domanda precedente.

Io a scuola avrei voluto sapere di più sul sesso, sul diritto civile, sulla religione di altri popoli, sulla psicologia, sul mercato dell’arte, sul lato esoterico di Dante, sulle conseguenze implicate dal colonialismo, e su tante altre cose (ovviamente qua si va sul personale).

C’è stato qualche tentativo vanaglorioso. Ad esempio, mi ricordo che qualche anno veniva ritagliato un insignificante spazio di tempo (1 ora o 2 in tutto l’anno) per parlare dell’educazione sessuale con un’esperta, ma sembrava proprio un qualcosa senza fine tanto per fare vedere che si facevano attività “alternative”, o che si era in regola, come per confutare il giudizio di chi pensava che la scuola fosse austera. Ma con tutta quella pressione scolastica (ordinaria sintesi di 12 materie in contemporanea) ed extra-scolastica (problemi personali, impegni sportivi, ecc.), quel tipo di “ritaglini” di tempo non presentavano altro che l’opportunità di staccare per 1 ora o 2.

Secondo me la scuola italiana è decisamente fallimentare nell’orientare. Non appassiona, non riesce a pungolare l’interesse degli studenti e sembra favorire un apprendimento da “regime”, propalando una via unica e uguale per tutti. Ogni eccentricità veniva punita anziché promossa, pertanto sembrava che il primario interesse fosse plasmare i giovani in una schiera di compiacenti impiegati d’ufficio, disposti a tutto per soddisfare il capo.

Non credo interessasse molto il senso critico del singolo studente, anche perché si sapeva bene che certe “ordinarie sintesi” sono “intoccabili”, una posizione critica avrebbe potuto comportare un voto inferiore a prescindere.
Se fosse per me, bisognerebbe integrare come metodo di valutazione il voto di criticità.

Comunque ho visto questa cosa accentuarsi nel periodo universitario. Mi spaventava constatare come a così tante persone interessasse soltanto un bel posto di lavoro. Si studiavano esclusivamente le cose che servivano a prendere il voto giusto, o si seguivano esclusivamente i corsi che servivano ad ottenere il posto giusto. Pochi erano gli appassionati per davvero, e per questo non mi sorprendo quando ci si lamenta di un certo livello di mediocrità in alcuni settori.

Mi fa sorridere pensare che la maggior parte delle persone più geniali che abbia conosciuto non abbiano intrapreso chissà quale percorso accademico, oppure fecero tanto fatica a portarne a termine uno.

Vorrei precisare che non penso che la responsabilità di tutto ciò gravi sui docenti, anzi, nel mio percorso scolastico posso dire di aver avuto a che fare con docenti incredibili. Forse è grazie a questi che il sistema scolastico non sia ancora collassato del tutto.

Obi Lyone. Photo Credit: Eugenio Morongiu.

Qual è il tuo rapporto con la religione ?

 

Sono stato cresciuto con una forte impronta cristiana cattolica. Frequentavo l’oratorio e andavo in chiesa quasi tutte le domeniche, ma c’è sempre stato qualcosa che m’inquietava, quasi mi disturbava. Tante cose non mi quadravano e così ho iniziato ad indagare, e mi si è aperta una galassia. Credo che la maggioranza dei fedeli essoterici sia una massa di opportunisti esistenziali.

Io, ora come ora, non saprei dove inquadrarmi, ma penso che superata una certa “soglia” non ci sia nemmeno più il bisogno di farlo. Sono un seguace della Verità.

 

Nel seguire la verità, hai individuato, nell’immensa rosa di opportunità di questa dimensione, quale sia più vicina al tuo modo di sentire e di essere?

Si! Sto riscoprendo e trovando me stesso nella conoscenza del/dei Perakee, un antica leggenda nativa risalente al periodo dei Toltec (ma forse ancora prima). Questa non è una meta definitiva, so già che navigherò in posti più lontani. Mi ricordo ancora quando “salpai” per la prima volta. Uscire dalle proprie  acque è spaventoso, ma poi non saprei come descrivere l’emozione che si prova quando si entra in mare aperto e si scrutano terre più lontane all’orizzonte.

La Verità si cela dietro ogni cosa per poi sfuggire di continuo. Se la insegui per forza di cose dovrai interfacciarti con diverse tradizioni. A questo proposito mi piacerebbe condividere una riflessione di Gandhi (mi pare di ricordare), e cioè che Dio si specchiò davanti ad uno specchio appunto. Poi decise di colpirlo e così lo specchio si frantumò in tanti piccoli frammenti. Ognuno di questi rifletteva una piccolissima parte di Dio, ma non l’immagine completa. Quei frammenti sono le religioni.

 

Qual è (e quando) stato il tuo ricordo consapevole sulla razza? Quando sei stato consapevole di essere bi-razziale?

 

Ma sicuramente già da quando ero molto piccolo. Tanti bambini all’asilo furono meticolosi nel farmi capire che ero “diverso” da loro. Forse, ai tempi, non avevo ancora elaborato il concetto di bi-razziale, mi vedevo parte del grande raggruppamento dei diversi, la “razza” dei diversi. Ero diverso come lo era mia madre. Poco più tardi, iniziai ad identificarmi più precisamente come nero, più per convenzione. A nessun fregava la precisazione del bi-razziale, tanto a prescindere venivo reindirizzato nella categoria di nero. Mi ricordo bene… africani, mulatti, amerindi, pakistani, o qualunque altro individuo avesse avuto una tonalità tendente al marrone, eravamo tutti la stessa “cosa”.

 

Questa è davvero un punto focale, l’invisibilità dell’essere bi-razziale e il fastidio di essere catalogati per forza in un posto che non ci appartiene. O meglio, ci appartiene nella sua doppiezza. Come riesci, oggi, a correggere chi tende ad omologarti come “nero”?

 

Non ci riesco. Non so come fare.

 

Seleziona la casella: quale di queste categorie usi per definirti? E con chi ti identifichi? Perché? ° Africano ° Africano-Italiano ° Africano-Europeo ° Italo-Nigeriano ° Afro-latino ° Bianco ° Nero ° Birazziale ° Misto ° Multirazziale ° Altro (cosa?)

 

Afro-italico o afro-mediterraneo.

 

Hai scritto un meraviglioso pezzo su questa definizione sul tuo blog Dugiotto.com, segnalatomi da un amico comune, Massimo, ed è stato proprio con quelle riflessioni che ti ho conosciuto. La tua frase “mi definisco, per convenzione italiano, ma non mi sento tale perché credo in quei confini predeterminati da qualcuno ….”, mi ha decisamente portata a  riflettere sul fatto che tutti gli Stati e le Nazioni sono pre-determinati da qualcuno, nel corso della storia. Cosa sono precisamente, per te, il senso di appartenenza ed il senso di “radici”?

 

Ti ringrazio e ringrazio anche Massimo per la segnalazione, “Massimo ti mando un caloroso saluto”.
Provo a darti una risposta ponendola su un piano quasi spirituale.

Molto spesso gli uomini pensano di possedere dei pezzi di terra, o addirittura che la Terra intera sia di loro appartenenza, in verità è il contrario, sono loro che appartengono a dei pezzi di terra, o più in generale alla Terra intera. Quando uno nasce in un posto, automaticamente diventa proprietà di quel posto (non dello Stato che è immaginario, ma della materia marrone che calpesta ogni giorno, che è concreta). Tutti gli esseri viventi che sono venuti prima in quel posto hanno lasciato una traccia, una piccola o grande porzione di energia. L’insieme di tutte queste energie è contenuta nella memoria della terra, e noi abbiamo libero accesso a questa memoria. E’ resa accessibile per noi dalla terra stessa per formarci, in modo che anche noi potremo dare il nostro contributo nel ciclo dell’evoluzione. Ergo, anche noi rilasceremo una traccia, faremo parte di quella memoria, che sarà accessibile e fruibile ai venturi. Questa è l’appartenenza.
Io appartengo alla terra mediterranea, ma poi in realtà più generalmente appartengo alla Terra e basta. Però il legame che ho con il luogo dove sono nato, i suoi dintorni e il suo retaggio è forte ed evidente.

Le radici invece sono più nello specifico una delle tante energie comprese in noi e che poi trasmetteremo ai nostri posteri di sangue. Potremmo definirle come Istinto o Memoria Razziale. E’ il contributo apportato da ciascuno dei nostri antenati nel ciclo dell’evoluzione, i loro successi ed insuccessi, le loro conoscenze ed ignoranze, l’interconnessione o l’estraneità con la loro terra, insomma, tutto ciò che hanno imparato o constatato nel corso della loro esistenza. Come se ognuno di loro fosse una mattonella o una tessera di un puzzle. Mattonella dopo mattonella si costruirà qualcosa, un edificio, così come tessera dopo tessera il quadro del puzzle diventa più chiaro. E’ nostra responsabilità capire dove collocare la prossima mattonella o incastrare la prossima tessera, che in realtà siamo noi, è la nostra esperienza. Poi lasceremo la nostra parte ai nostri successori e loro continueranno la costruzione o il puzzle.

Obi Lyone. Photo credit: Leandro Monferrati

 

Sei pienamente accettato nel gruppo con cui ti identifichi?

Non lo so! Mi identifico in un gruppo che non si identifica come un gruppo a se stante. Il mio gruppo è sempre visto come una sub-categoria del nero. In tal senso direi che mi sento accettato, però non pienamente. E’ evidente che la mia tonalità più chiara determini una carenza di “autenticità”.

 

Ciò significa che non riesci ad identificarti con il gruppo maggioritario italiano? Cioè quello bianco?

 In cuor mio lo faccio, ma faccio fatica ed esternarlo. Prima non riuscivo nemmeno ad accettarlo. Purtroppo, tante volte la confidenza cresce col consenso, quindi vedendo che per “loro” ero spesso una specie di anomalia, il mio istinto mi ha portato ad abbracciare chi era disposto ad accogliermi “a braccia aperte”.

 

Ci sono circostanze nelle quali cambi il modo in cui ti identifichi razzialmente?

 

Nel passato ci sono state. Ho avuto un periodo nel quale mi identificavo solo come nero. Le circostanze erano determinate dalla frustrazione che provavo nei riguardi della supremazia bianca. Ma ora non più, credo di aver compreso bene cosa sono.

 

Quali erano gli atteggiamenti dei tuoi genitori nei confronti della “razza” durante la tua crescita?

 

Direi atteggiamenti di sufficienza. A casa non se ne parlava tanto, e quando se ne parlava ero sempre io quello che incalzava la discussione. A dire la verità li ho tenuti all’oscuro da tanti miei complessi mentali ed aggressioni che subivo. Non so se hanno mai compreso quali potessero essere i miei sentimenti o cosa significasse essere mulatto nel mio contesto. Mi venivano dette un po’ le solite cose tipo: “fregatene” o “sii forte”, ma probabilmente cercavo altre risposte.

 

Quando non sei accettato, che tipo di emozioni provi? Accettazione? Rabbia? Rifiuto? Confusione? … Che cosa?

 

Frustrazione, ma non perché non vengo accettato. E’ frustrante pensare che alcuni individui si ostinino a mantenere uno stato di coscienza così basso.

 

Come darti torto? Ti capisco profondamente! Hai mai sperimentato la prevalenza di una “razza” sull’altra?

 

Si, tante volte.

 

Obi Lyone. Photo Credit: Dolores Couceiro

 

Ti capita mai che le persone sbaglino a classificare la tua provenienza/”razza”?Se è così, come ti classificano di solito?

 

Sempre! Mi hanno dato di tutto e di più. Penso di aver raggiunto il conseguimento di tutte le nazionalità del  Centro e Sud-America (Argentina esclusa). Mi danno spesso anche del marocchino, tunisino, egiziano, etiope, eritreo o addirittura anche del medio-orientale. Comunque i più gettonati sono il dominicano e il brasiliano.

 

Ti senti parte di una minoranza etnica?

 

Nel mondo occidentale si. Nel mondo reale no, faccio parte dell’80% della popolazione mondiale con la pelle marrone.

 

Hai lottato / lottato per capire a quale “razza” appartieni? Puoi spiegare perché?

 

Si, tanto! Le circostanze erano svantaggiose. Per i bianchi ero categoricamente nero e per i neri dipendeva, a volte ero solo bianco, a volte ero più bianco che nero, a volte ero un nero un po’ scrauso. Queste etichette ti confondono, non sai bene dove andare a parare, e inoltre non avevo attorno a me delle figure ferrate sull’argomento. Non potevo parlarne con molti.

 

Ora, finalmente ce l’hai! Il mio desiderio è cercare di radunare più persone Italian-mixed possibile, per affrontare tutti insieme, inseriti nella società in cui viviamo, i dubbi e le problematiche che abbiamo vissuto (e che continuiamo a vivere). Ecco perché è nato Métissage Sangue Misto. Non certo per creare una sorta di segregazione, ma per condividere, con il resto dell’umanità, un modo di essere più complesso della “normalità”. Sei mai in conflitto con la tua identità culturale e razziale

Non-più.

Non saprei nemmeno descrivere l’emozione che si prova a relazionarsi con persone che condividono parte dei tuoi stessi sentimenti ed esperienze (e onestamente anche somiglianze fisiche). E’ bellissimo e credo che questo sia un pò come avere un gratificante senso di appartenenza. Non lo so con certezza perché non credo di aver mai avuto una sensazione del genere in passato. Non mi sono mai sentito conforme ad un gruppo particolare. Ora mi sento più forte e più sicuro.

 

Come vieni trattato dai membri della tua famiglia? (sia bianca che nera)

 

Ma tutto sommato bene! Non ho subito discriminazioni sia dalla parte di mia madre che da quella di mio padre. Forse dai familiari di mio padre percepivo un po’ di più il fatto di essere “diverso”. I miei parenti materni mi hanno sempre visto uguale a loro.

Aggiungo di essere stato cresciuto anche dai miei nonni adottivi, 2 signori veneti che si prendevano cura di me quando i miei genitori lavoravano. Penso che loro, il colore, non l’abbiano mai notato.

 

Gli anziani, spesso, grazie ad una vita piena di sfide, hanno la capacità di andare oltre tante cose. Cosa ne pensi delle parole molto discusse e maltrattate “Mulatto” e “Half Caste”?

 

In realtà sono ignorante in materia. E’ un punto che non mi ha mai sollecitato l’approfondimento. Non ci ho mai dato un gran peso.

 

Pensi di essere discriminato perché sei bi-razziale? Perché?

 

Non tanto perché sono bi-razziale ma perché sono diverso. Diverso dall’apparenza razziale associata all’identità nazionale. In Italia mi viene chiesto: “no, ma veramente di dove sei?”. In Nigeria mi vengono caricate le tariffe “per straniero” e nemmeno il passaporto fa cambiare idea. Forse in Repubblica Dominicana starei sul pezzo senza problemi.

Obi Lyone. Photo Credit: Eugenio Marongiu

 

Pensi di avere il privilegio perché sei bi-razziale? Perché?

 

Nei confronti dei bianchi no. Nei confronti dei neri si, parecchi. Per i bianchi (e non solo) sembra che la tonalità della pelle più chiara sia più rassicurante. Questo perché credo che a seguito delle campagne schiaviste e del colonialismo degli ultimi secoli, l’immagine del nero è stata demonizzata. Il bianco invece è stato divinizzato. A tutti piace salire sul carro degli apparenti vincitori …. e quelli più chiari paiono essere un po’ meno “demoniaci” dei “diavoli” dalla pelle più scura.

 

Pensi che la tua categoria razziale definisca “cosa” sei?

 

Non so bene quale sia la mia categoria razziale, ma comunque no.

 

Sei mai stato vittima del colorismo inter-razziale o intra-razziale?

 

Sicuramente si, per il colorismo inter-razziale. Forse anche per quello intra-razziale, ma per entrambi i casi non direi di essere stato vittima, ho avuto dei dibattiti accesi, ma “vittima” pare un termine eccessivo nel mio caso.

 

Puoi raccontarci la tua esperienza dell’uno e dell’altro? E come hai reagito?

 

Ho dimenticato tante cose, però riguardo al il colorismo inter-razziale ricordo che mi disturbava tanto quando si buttava tutto nel pentolone. Magari ero in compagnia di altri ragazzi “marroni”, provenienti un po’ da ovunque, ad esempio un filippino, un bengalese ed un peruviano, e un “bianco” se ne usciva con: “E ma perché voi neri siete così!”… Ma voi neri chi!?? E partiva la diatriba. Purtroppo mi stancavo quasi subito a cercare di spiegare e lasciavo perdere (ancora oggi ho questa indole).

 

Nel caso del colorismo intra-razziale, mi vengono in mente alcune discussioni tenute con dei “latini” (come si definiscono loro), specie dominicani o brasiliani. Mi veniva chiesto da dove venivo e io spiegavo di essere metà nigeriano e metà italiano, e alcuni rimanevano perplessi credendo che io fossi uno di loro. Non concepivano bene la mia metà africana. Io di conseguenza chiedevo a loro da dove pensavano che fossero usciti i latini con i tratti somatici simili ai miei? Tante volte la risposta era deludente. Tanti di questi credono di derivare solo ed esclusivamente dai colonizzatori e dai nativi amerindi.

Tutto questo per dire che mi è capitato di vedere latini neri (intendo scuri, molto più scuri di me, con capelli afro, etc.), sentirsi una cosa totalmente differente dai neri africani, come se non ci fosse mai stato un anello di congiunzione. Come cancellare 400 anni di storia della diaspora così, con nonchalance …….

 

Ti è mai stato chiesto di scegliere una sola “razza” perché non puoi essere entrambe le cose? Cosa hai risposto?

 

Si! Rispondevo di essere nero, ma non avevo ancora la consapevolezza che ho adesso.

 

Come reagisci alla microaggressione in generale? A domande o uscite come “Posso toccarti i capelli?”, “Sembri così esotico”, “Non sei come gli altri misti”, “Ma parli bene l’italiano”

 

Per i capelli sono anche io un microaggressore, è capitato anche a me di chiedere se potevo toccarli.
Per il resto di solito non commento, mi scendono e basta.

 

Quali sono i vantaggi di essere bi-razziali?

 

E’ confusionario, però, paradossalmente l’essere bi-razziali presenta una grande opportunità: potersi orientare verso una panoramica più vasta.

Crescere in una sola cultura potrebbe tramutarsi in una prigionia, allorché si fruisce di una singola narrazione, si ereditano dei valori e delle consuetudini che non hanno “competitors” e pertanto diventa difficile poter sviluppare un buon senso di auto-critica.

Il/la bi-razziale appena compie 5 anni, inizia (per forza di cose) ad indagare su chi è e su chi dovrebbe rappresentare, o comunque cerca di capire a grandi linee come mai è così. Inconsapevolmente questo percorso apre le strade a molteplici approfondimenti. Si viene a conoscenza di tante cose, che poi vengono ponderate e messe a confronto. Diciamo che questo processo plasma la coscienza in modo da essere più “flessibile” e più “accogliente”, a fronte anche di questioni più spinte e contrastanti.

 

Obi Lyone. Photo Credit: Mattia Guolo

 

Quali sono le sfide per essere bi-razziali?

 

Di per sé, il percorso accennato prima sottopone il soggetto ad una grande sfida. Il percorso stesso è la sfida. Ci si può scoraggiare facilmente, si può sviare in zone di non ritorno, e tutto considerando che spesso l’ambiente circostante è sfavorevole, è un po’ come risalire una cascata.

Tralasciando i contesti dove i bi-razziali costituiscono la maggioranza o comunque una consistente parte della popolazione (già da diverse generazioni), per esempio nei paesi caraibici, preciserei che quando si nasce da due genitori provenienti da culture ben distinte, e il contesto sociale privilegia una di queste rispetto l’altra, ebbene, allora è tutto un altro paio di maniche.

Probabilmente toccherà fare la spola tra una cultura e l’altra per poi scoprire di non sentirsi mai totalmente “adatti”.

Perché a tutti gli effetti, si costituisce una nuova cultura, e in assenza della possibilità di essere assimilatati in una comunità (conforme a questa nuova cultura) , la sfida più grande diventa quella di intraprendere questo viaggio da solisti.

 

 

Quale messaggio vorresti dare alle nuove generazioni miste?

 

Osserva fuori e indaga dentro

Non a destra, né a sinistra

La verità sta nel centro.

 

 

Questo tuo sprono è davvero un ottimo incipit. In tutti i sensi. “La verità sta nel centro”. Sempre. Ti ringrazio di vero cuore, Obi. La nostra è stata una bella chiacchierata, interessante e, per me, una ventata di freschezza sul panorama di tutto ciò che è considerato, qui in Italia, “diversità.

 

Un caloroso saluto anche a te e grazie per questa interessante intervista.

 

 

 

@Wizzy, Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Multipotentialite Wantrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder IG MBA Métissage Boss Academy ,  MBA Metissage & Métissage SangueMisto. 

 

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