Lo stereotipo di Jezebel indica quel fenomeno per cui le donne nere/mixed/latino vengono viste come più promiscue, sessualmente più disponibili e oggettivamente più attraenti rispetto alle donne bianche.

Non sono la tua Jezebel.

Come lo stereotipo razzista, il colore della pelle e l'oggettificazione del corpo della donna lede, ancora oggi, l'universo femminile.

 

Lo stereotipo di Jezebel indica quel fenomeno per cui le donne nere/mixed/latine vengono viste come più promiscue, sessualmente più disponibili e oggettivamente più attraenti rispetto alle donne bianche.

 

Ora, parecchi di voi inizieranno a storcere il naso perché ritengono io stia trattando un argomento e una situazione che non ha nulla di europeo e tanto meno di italiano. In realtà siete in errore: la stereotipizzazione del corpo femminile ha la sua triste storia ovunque nel mondo, in ogni latitudine ed in ogni longitudine. Certo che per far comprendere l’argomento,  nella sua interezza, sono “costretta” a partire dalle sue origini bibliche e  dal senso poeticamente misogino dato al concetto  “Jezebel” , nella storia del pregiudizio razziale degli Stati Uniti.

 

 

Nonostante i pregiudizi e gli stereotipi  sulle persone di colore diverso dal bianco si siano attenutati nel tempo, grazie anche ad un vivace dibattito presente ormai da moltissimo tempo,  lo stereotipo Jezebel è ancora vivo e vegeto. Secondo me l’oggettificazione sessuale delle donne nere/mixed/latine è un argomento che non è stato, ancora, indagato a sufficienza. Per questa ragione ho deciso di farvi conoscere anche questo mondo e l’uso che spesso ne viene fatto ovunque, anche in Italia, seppure qui, non vi sia un nome specifico a classificare questo tipo di pregiudizio.

 

Ma cos’è lo stereotipo di Jezabel e, soprattutto, chi ha dato il nome a questo clichè?

 

“Ma ho alcune cose contro di te: tu permetti a quella donna Iezabel, che si dice profetessa,di insegnare e di sedurre i miei servi inducendoli a fornicare e a mangiare cose sacrificate agli idoli” (Apocalisse 2:20)

 

 

Di Jezabel ne troviamo due nella storia Bibblica. Nell’antico testamento, nella Tanakh (la Bibbia Ebraica), Gezabele o Jezabel che si  voglia, era una regina dell’antico Israele,  figlia di Et-Baal,  re e sommo sacerdote dei Sidoniani, i quali adoravano il dio Baal, pratica, questa, associata con l’ossessiva sensualità che spesso culminava in atti sessuali. Jezebel, come figlia di questo regno perverso, crebbe in un’atmosfera dove il sesso era il percorso per il potere e l’influenza.

 

Sposò Akab,  re di Israele, il quale ne fu completamente soggiogato e dominato e l’accolse a braccia aperte, assieme ai suoi dei, Baal ed Ashrat, e ai suoi culti della fertilità e dell’amore. Era dotata di una personalità molto forte e nel racconto biblico si ha l’impressione che fosse lei a gestire il potere e a dominare il marito, tanto che egli abbracciò, con entusiasmo, i nuovi culti, tanto amati dalla sposa. In loro onore fece erigere templi e altari: a Baal, ma soprattutto ad Ashrat, di cui la regina è la grande sacerdotessa e in cui la dea ha profuso tutta la sensualità, la forza vitale, la libertà sessuale.

 

Prostitute-Sacerdotesse riempivano i suoi santuari per servire i suoi adoratori. Queste legali esche sessuali, sempre disponibili con incontri erotici, erano più di quanto gli uomini di Israele potessero resistere. Non c’era vergogna, in lei. Non c’erano pudori. C’era, invece, una sessualità sacra, la prostituzione sacra. Bella, affascinante, coraggiosa, il suo carisma era prepotente, assolutamente superiore a quello del marito, il quale ne era completamente affascinato e sedotto. Il re le concedeva tutto: i riti, le danze, i canti delle sacerdotesse-prostitute condotte con sé dalla sua terra, assieme all’incenso e alla mirra.

 

Determinata e spietata, Jezabel non esitava a sbarazzarsi di tutti quelli che la osteggiavano, mentre riempiva di favori e ricompense coloro che la seguivano. Forte e coraggiosa, Jezebel aveva anche uno spirito guerriero. Sprezzante del pericolo e della morte: era lei che, in veste guerresca, affrontava i nemici del regno. Era lei a reggere le sorti del regno, a sollecitare le decisioni del re, a stringere alleanze o combattere nemici. E, proprio come una antica regina-guerriera, non esitava a difendere il culto cui era fedele: il culto della Dea Madre.

 

Tramite Jezebel, la maggior parte di Israele lasciò l’adorazione di Dio, per Baal e Ashrat. Il profeta Elia lamenta che soltanto 7000 uomini nell’intera nazione resistettero al suo controllo e la sua potente voce si levò su di lei e sul regno idolatrico. Dopo ripetuti, quanto inutili tentativi, il profeta passò all’attacco e sfidò i sacerdoti di Baal a mostrare la potenza del loro dio. La sfida avvenne sul monte Carmelo e quello che riporta la Bibbia è quanto segue: “…furono fatte accatastare due pire di legno e si invocarono le rispettive divinità, Jehw e Baal, affinché le pire prendessero fuoco. Un fulmine, accese quella del profeta Elia e dei suoi seguaci; restò invece intatta quella dei seguaci di Baal.”

 

Jezabel e Akab Incontrano Elia nel vigneto di Naboth, Frank Dicksee

 

Di fronte al prodigio i seguaci di Jwhw, incitati dal profeta, si scagliarono contro i sacerdoti di Baal massacrandoli. Quando la regina venne a conoscenza del massacro, giurò vendetta, ma il profeta, terrorizzato, fuggì in Giudea. La potenza di questa regina sembrò imbattibile. Era una donna libera. Libera come lo erano le donne fenicie che godevano di grande indipendenza dall’uomo, e come non lo erano, invece, le donne bibliche, per le quali lei stava diventando un richiamo ed un esempio.

 

Il suo declino cominciò quando organizzò la morte di un latifondista la cui proprietà confinava con quelle del re, e a cui l’uomo si era rifiutato di vendere una vigna. E la fine arrivò con la morte del re. Morto Akab, infatti, il regno passò nelle mani di suo figlio Joram. Il profeta Elia, però, rientrato dall’esilio, complottò contro di lui e la regina. Anche Elia muore, ma il suo successore, Eliseo, continuò l’opera del grande profeta e prese a tramare ai suoi danni, istigando il generale Jehu il quale fece uccidere prima Joram, poi la regina.

 

Luca-Giordano, “Jezebel mangiata dai cani”

 

Jezabel muore per mano di due eunuchi fedeli al generale, i quali la gettano giù da una finestra, e il suo corpo viene lasciato in pasto ai cani, così come aveva profetizzato Elia. A quell’appuntamento la regina si era presentata vestita con estremo lusso e ben truccata, come per andare a una festa. Questo avrebbe acceso la fertile fantasia dei redattori biblici che interpretarono quel gesto come un tentativo di seduzione nei confronti del generale.

 

 

Si trattava, invece, secondo i pareri più pacati e soprattutto super partes degli attuali studiosi e ricercatori, soltanto di un modo elegante e regale di andare incontro ad una morte inevitabile, proprio come già altre Regine avevano fatto e avrebbero fatto, prima e dopo di lei. Un riscatto dovuto, dunque. Il riscatto dell’immagine totalmente negativa di questa regina agli occhi del mondo. Se, invece, si osserva la vicenda sotto un’altra ottica e cioè quella del contesto sociale e storico in cui si colloca, il giudizio negativo si attenua notevolmente.

 

 

Nel Nuovo Testamento, invece, troviamo una Gezabele, profetessa della città di Tiatira, accusata, nell’Apocalisse di Giovanni, di indurre i membri della chiesa locale a sacrificare agli idoli e a commettere atti impuri. Gezabele divenne, quindi,  nel tempo, il simbolo stesso della lussuria, della superbia e del peccato contro Dio.

 

 

 

Lo stereotipo di Jezabel venne introdotto nell’era  della Regina Vittoria d’Inghilterra per indicare una donna nera promiscua, lasciva e sessualmente vorace,  in contrapposizione alla pudica signora Vittoriana, rappresentata come una donna con grande rispetto di sé, autocontrollo, modestia e purezza sessuale.  L’idea pare nata dal primo incontro degli europei con donne seminude, nell’Africa tropicale. La pratica africana della poligamia era attribuita alla lussuria incontrollata e le danze tribali erano interpretate come orge pagane, in contrasto con la castità cristiana europea. Gli esploratori europei arrapati presumevano, allora, che le donne africane fossero animali sessualmente osceni che cercavano di sedurli, ed è così che è nato lo stereotipo Jezebel.

 

 

E nell’America del diciannovesimo secolo, il presunto appetito sessuale indiscriminato delle schiave nere/mixed ha giustificato lo stupro da parte di uomini bianchi, anche nelle difese legali dove si affermava che le donne nere non potevano essere vittime di stupro perché “desideravano sempre il sesso”. Praticamente, invece di dire la verità su se stessi, hanno scelto di mentire spudoratamente.

 

 

L’abolizionista James Redpath scrisse che le donne schiave erano “gratificate dalle avances criminali dei sassoni“. Durante e dopo la Ricostruzione, “Le donne nere … hanno avuto poche possibilità di  accedere al ricorso legale quando violentate da uomini bianchi, e molte donne nere erano riluttanti a denunciare la loro vittimizzazione sessuale da parte di uomini neri per paura che gli uomini neri sarebbero stati linciati.”

 

Tra le atrocità sessuali subite dalle donne nere/mixed durante l’epoca della schiavitù, lo stupro è stato spesso l’elemento presente. Meno nota è la prostituzione forzata, da parte, ad esempio, dei coloni, pratica comune nelle colonie britanniche caraibiche. Oltre allo stupro imposto dai padroni delle piantagioni ai loro schiavi fornendo loro lavoro e schiavizzando i figli di queste unioni, c’era anche la “prostituzione organizzata”. Questo commercio schiavista era organizzato, principalmente, da donne “bianche”, le quali seviziavano le cosiddette prostitute nere se quest’ultime fossero scappate senza dare il loro compenso alle padrone.

 

Three Young White Men and a Black Woman. Christiaen Van Couwenbergh

 

Il fenomeno Jezebel, quindi, ha da sempre rappresentato la donna nera come prostituta. Nell’epoca moderna è stata un’immagine frequente nei film, rafforzando quest’idea di donne nere uguale prostitute disinibite. Frequente anche nei video musicali trasmessi in televisione, specialmente quelli di artisti gangsta rap, in cui donne nere/mixed venivano ritratte in modo succinto e volgare.  A mezzo secolo dal movimento americano per i diritti civili, è sempre più facile trovare donne nere/mixed, specialmente giovani, raffigurate con lo stereotipo Jezebel, il cui unico valore è quello del commercio sessuale.

 

 

Joel Anderson, docente alla School of Psycology, presso la Australian Catholic University di Melbourne, è tra gli studiosi che ha approfondito questo particolare tipo di stereotipo. In un primo studio ha osservato un gruppo di 38 studenti caucasici sottoponendoli a eye-tracking: è emerso chiaramente che, nel caso delle donne nere, l’attenzione era verso le loro zone erogene, cosa che non accadeva per le donne di etnia caucasica. In due esperimenti successivi, con un gruppo più significativo di individui di etnica caucasica, è stato effettuato un test di associazione tra immagini di donne e concetti vari (qualità, mestieri, oggetti, animali), chiamato Go/No-Go: in questo caso si è riscontrata una lieve prevalenza di associazione della donna nera con oggetti o animali.

 

 

Lo studio non è tuttavia privo di limiti. In particolare, sono state usate categorie di individui specifiche (visivamente bianchi o neri) e questo potrebbe aver portato a trascurare la complessità del problema. Infatti, gli stereotipi tra individui neri potrebbero presentare pattern differenti. Sta di fatto, comunque, che sulla base di questi risultati, secondo Anderson lo stereotipo Jezebel è ancora presente e, sebbene i pregiudizi e gli stereotipi si siano attenutati nel tempo, essi esistono ancora. Dallo studio si rileva infatti che le donne nere sono maggiormente soggette a oggettificazione e disumanizzazione rispetto alle donne bianche.

 

La cultura popolare dà informazioni su gran parte della nostra comprensione del mondo e delle persone che ci circondano. Nel bene e nel male, ci affidiamo agli stereotipi, creati sia dall’esperienza personale che dalle rappresentazioni nei media, per interagire con la società. Questo potere può spesso essere utilizzato positivamente, introducendo individui maggioritari alle esperienze e all’esistenza delle persone emarginate. Troppo spesso, tuttavia, l’influenza della cultura popolare serve solo a perpetuare stereotipi razzisti e bigotti sulle persone emarginate. Ciò è particolarmente vero per il modo in cui le donne nere/mixed/latine vengono rappresentate nei media.

 

Dai film agli spettacoli televisivi, dai video musicali al teatro, le rappresentazioni di donne nere tendono a rientrare in due categorie.

 

 La prima, identificata nella Jezebel ipersessualizzata, può essere vista nei ritratti della donna nera/mixed/latina sessualmente attiva e sfacciata, spesso usata come antagonista per una controparte bianca più mite e riservata. La loro presenza nello spettacolo è solo un esempio del modo in cui le donne nere/mixed/latine sono usate come foraggio sessuale, spesso esibite al solo scopo di soddisfare lo sguardo dei bianchi. Questa disumanizzazione e mercificazione dei corpi delle donne nere/mixed/latine ha legami diretti, come ho già detto,  con gli atteggiamenti dell’era degli schiavi nei confronti delle donne nere.

 

Saartjie (piccola Sara) Baartman, una donna Khoisan, nata in schiavitù nell’attuale Sud Africa, e rimasta orfana in età infantile.

 

L’esempio più famigerato nella storia di questo è Saartjie (piccola Sara) Baartman, una donna Khoisan, nata in schiavitù nell’attuale Sud Africa, portata in Europa all’inizio del 1800 e subito messa in mostra nei freak shows (show dei mostri, in cui venivano esposti personaggi affetti da malattie particolari o coppie di siamesi o, ancora, africani), a Londra per il beneficio e l’interesse esplicito dei bianchi. Gli europei bianchi guardavano a bocca aperta i suoi lineamenti e potevano esaminare i suoi genitali a pagamento. Il suo soprannome di “Venere Ottentotta” illumina ulteriormente il legame tra il suo corpo di donna nera e l’idea di sessualità e fertilità. La parola “Hottentot” era un insulto usato per il popolo Khoi del Sud Africa; “Venere” è un’allusione alla dea romana dell’amore e della fertilità. Sara è stata sfruttata e sessualizzata da una società bianca che la considerava meno che umana. Il trattamento delle donne nere/mixed non era diverso negli Stati Uniti, con molte donne nere schiave che soffrivano di aggressioni sessuali o stupri per mano di proprietari di schiavi bianchi. Con l’idea che le donne nere siano esseri intrinsecamente forsennate per il sesso e la visione dei neri come proprietà, gli uomini bianchi hanno usato la schiavitù e la sua progenie per perpetuare una cultura che sessualizza in modo aggressivo le donne nere.

 

Hattie McDaniel con Vien Leigh in Via Col Vento

 

L’altra rappresentazione, tragicamente comune delle donne nere nei media, è la Mammy. Questo personaggio è presentato come una figura materna nutriente, tipicamente sovrappeso e dalla pelle scura, con poca profondità di pensiero, oltre che essere una domestica. Un esempio di ciò si vede nel ritratto di Hattie McDaniel del personaggio dal nome appropriato Mammy, in Via col vento. Mammy è una domestica e gioca un ruolo materno nella vita del personaggio principale Scarlett. Nonostante il ruolo importante che ha assunto all’interno della famiglia, è ancora trattata come una cittadina di seconda classe.  Mammy, come  Jezebel, ha le sue radici nel trattamento delle donne nere schiave e nel loro lavoro. Molte donne nere schiave svolgevano lavori domestici all’interno della casa, dalla normale cucina e pulizia all’allevamento dei figli e all’infermeria. Mammy è l’opposto polare di Jezebel; casta e desessualizzata nella maggior parte dei contesti, se non in tutti. A prima vista, questo può sembrare preferibile alla costante sessualizzazione sperimentata dalla Jezebel. In realtà, la negazione della propria autonomia sessuale è tanto dannosa quanto l’essere sessualizzati in modo indesiderato. Lo stereotipo Mammy rimane pervasivo nella nostra attuale cultura pop.

 

Sebbene questi stereotipi si manifestino in modi diversi, entrambi derivano dal desiderio di controllare la sessualità e il corpo delle donne nere. Le donne nere sono raffigurate come seducenti Jezebels, nel tentativo di rendere la loro sessualità, la loro intera identità, o relegate al ruolo di mammina morbida e materna in cui la propria sessualità è inesistente. Nessuno dei due stereotipi consente alle donne nere/mixed di fare le proprie scelte sessuali. Spogliare le donne nee/mixed del controllo del proprio corpo e della propria sessualità perpetua la loro disumanizzazione e le riduce a caricature unidimensionali.

 

JEZEBEL NEL VENTESIMO SECOLO

 

Cardi B and Megan-Thee-Stallion. Song video WAP .

 

Sapere che questi stereotipi esistono ancora è solo il primo passo per cercare di alleggerire il danno che hanno causato alle donne nere/mixed. È certamente importante difendere la diversità nei media e nella cultura pop; dagli amministratori delegati delle reti televisive alla scelta degli attori per una produzione. In un’epoca in cui quasi tutto è disponibile per lo streaming istantaneo, è imperativo decidere con il nostro denaro chi seguire e chi no, e rifiutarci di sostenere opere moderne che continuino a perpetuare questi tropi dannosi.

 

 

Sebbene nella storia Americana,  la schiavitù dei neri sia finita, i suoi effetti sono tutt’altro che finiti. A causa dell’anti-blackness sociale, dei traumi radicati nella schiavitù, di cose come la sindrome dell’impostore e una varietà di problemi di salute mentale che si sono perpetuati attraverso generazioni di famiglie nere. Il trauma generazionale colpisce tutta la comunità nera, ma richiede un tributo diverso alle donne afro-americane, influenzando vari aspetti del loro sostentamento, come la salute mentale e la sessualità con radici specifiche nello stereotipo storico di Jezebel e nei suoi collegamenti con la moderna feticizzazione nera.

 

 

Le controversie sul trauma generazionale nelle donne nere/mixed/latine e sui suoi effetti sulle comunità nere/mixed/latine, non vengono discusse spesso. Non è solo un problema all’interno della comunità nera, ma ha a che fare con il problema più ampio della perpetuazione dell’anti-blackness, ovunque. Una volta che si avrà profonda consapevolezza sulla ciclicità del razzismo sociale, le conversazioni su questi problemi potranno essere tenute più apertamente, e sarà un passo nella giusta direzione, verso l’intersezionalità nella liberazione dei corpi neri.

 

 

Queste risposte negative alle donne nere, per mano della società, per generazioni, si manifestano all’interno delle famiglie nere e possono influenzare la loro immagine di autostima e percezione di se stesse. Servono tutti a creare disagio estremo e inducono le donne nere a credere di non poter esistere nei tradizionali “spazi dei bianchi”. Il doppio standard storico nel modo in cui viene data una risposta alla cultura femminile nera, e cioè la feticizzazione dei tratti fisici dei neri, e la ridicolizzazione nel considerare le loro caratteristiche poco attraenti, sono entrambi  intrecciati. Lo stereotipo di Jezebel è un esempio di feticizzazione delle donne nere, ma ci sono anche esempi moderni.

 

 

Il razzismo interiorizzato incorporato nel tessuto della nostra società ha convinto la gente che le caratteristiche dei neri non sono attraenti , tranne in “casi speciali” o nel caso in cui i bianchi possono trarne beneficio in qualche modo. Ci sono molte situazioni in cui io stessa, insieme ad altre donne nere/mixed/latine, mi sono trovata davanti a  commenti come: “Sei carina per essere una donna nera“, perpetuando l’idea che i tratti eurocentrici siano il singolare standard di bellezza. Anche i media di oggi ci forniscono tanti esempi. Per generazioni, le donne nere sono state ridicolizzate per i loro lineamenti come le labbra carnose e la figura burrosa. Quando, però,  le loro controparti bianche e le celebrità effettuano interventi di chirurgia plastica per ottenere queste stesse caratteristiche, viene improvvisamente elogiato e considerato bello. Celebrità come la famiglia Kardashian hanno ricevuto reazioni negative per questo, costantemente accusate di feticizzare la cultura nera. Hanno capitalizzato l’appropriazione dei tratti neri e l’influenza della loro vasta piattaforma incoraggia gli altri a emularle.

 

Le sorelle Kardashian

 

Bisogna anche dire, però, che la caricatura predatoria di Jezebel è molto presente anche nella cultura hip-hop e rap, dove le donne nere/mixed/latine, oggi,  riflettono alcuni di questi attributi di promiscuità nella loro musica, facilitando così lo stereotipo Jezebel e influenzando, negativamente,  la rappresentazione delle donne nere in generale. Diciamo, anche che, la musica rap non è mai stata gentile con le donne, specialmente le donne nere. Basta ascoltare alcuni pezzi di Dr. Dre, Snoop Dogg o Kanye West, solo per citare i più famosi. Nei loro video musicali si trovano spessissimo gruppi di donne nere in bikini che ballano, in modo provocatoriamente volgare,  mentre rappano. Donne presentate come oggetti del desiderio sessuale. La versione aggiornata di Jezebel.

 

Poi c’è la narrazione femminile di donne nere/mixed rappers o nell’Hip Hop, che abbracciano, tout court, la loro sessualità nella rappresentazione nei media. Iniziando da Lil ’Kim, Nicki Minaj o Cardi B, giusto per citarne alcune.

 

Una menzione in particolare per Cardi B, che, con la sua nuova uscita, rappata insieme a Thee Stallion, ha dato una spinta, con portata planetaria, a quello che è l’iper-sessualizzazione del corpo femminile oggi. “WAP” (vi risparmio la traduzione!!!), il loro nuovo signolo, è la testimonianza di quanto il linguaggio più esplicito e spinto verso le donne, siano promosse dalle donne nere/mixed/latine stesse, ma che, comunque, se fossero state rappate da uomini neri/mixed/latini, non avrebbero avuto la stessa reazione ipercritica che hanno avuto loro come donne nere/mixed/latine.

 

 

 

Questo video è altresì la testimonianza di come lo stereotipo Jezebel della donna nera/mixed, seducente, allettante, oscena e ipersessuale, sia ancora persistente. Il ruolo delle donne nella musica rap è sempre stato per la gratificazione sessuale degli uomini.  “WAP”, in realtà, vuole essere una canzone sulle donne nere/mixed/latine che prendono il controllo della propria sessualità e si dimostrano indipendenti nella gestione del proprio corpo. Peccato che lo fanno usando quegli stessi stereotipi in cui, fino ad oggi, sono state relegate, rivendicando un potere sessista.

 

 

 

 

Anche “Anaconda“, la canzone di  Nicki Minaj ha ricevuto molte polemiche e critiche per la stessa ragione. Temi troppo espliciti, ipersessualizzazione del corpo femminile ed un video considerato sessualmente troppo promiscuo. La ragione sta in quello che è un argomento, trito e ritrito, sulla necessità dell’uomo di avere il controllo su come la Società deve percepire la donna. Specificatamente, gli uomini dell’industria del rap hanno approfittato, a iosa,  di questi stereotipi; ora che le donne nere/mixed rivendicano questo stereotipo e ne traggono profitto, fanno impazzire gli uomini. Anche qui, vale lo stesso discorso, per cui, prima gli uomini, nella società, saranno in grado di normalizzare l’argomento della sessualità nella musica scritta o eseguita da donne, meno tempo passeranno a discutere sul controllo delle donne.

 

 

 

Possiamo, quindi, ritenere, che la donna nera/mixed  sia, per pregiudizio, più facilmente considerata un oggetto de-personalizzato?

 

Fortunatamente, oggi, ci sono  esempi più sfumate delle caratterizzazioni che le donne nere/mixed meritano. Vengono rappresentate con la morbidezza, la forza, la complessità e l’audacia che né Jezebel né lo stereotipo della Mammy lo consentono. Supportano spettacoli e film che dipingono le donne nere/mixed/latine come individui dinamici.

Lo stereotipo è un’opinione precostituita, generalizzata e difficilmente sradicabile. E’ il nucleo cognitivo del pregiudizio (pensiero preventivo) e dell’atteggiamento (comportamento orientato dal pregiudizio). Se il pregiudizio si baserà sullo stereotipo che l’uomo di colore è al 90% uno spacciatore di droga, l’atteggiamento sarà quello di starne ben lontani! Se un pregiudizio invece, come nel caso dello “stereotipo di Jezebel”, si costruirà sull’opinione precostiutita, che la donna nera/mixed è al 90% una prostituta da strada, si attiveranno una serie di fantasie erotiche.

 

Fin qui l’alta letterattura di Psicologia.

 

Da ciò si potrebbe dedurre che il pregiudizio faccia parte, per forza di cose, del nostro funzionamento cognitivo. Alla luce di ciò, sì, il pregiudizio è una delle cause che porta alla considerazione delle donne nere/mixed/latine come oggetti de-personalizzati. E le conseguenze su queste donne sono davvero disastrose.

 

Viene loro negata la possibilità di riflettere sè stesse. Non si vuole vedere il dolore che si continua ad infliggere a queste donne, né si vuole sentire ciò che hanno da dire. Sono un prodotto del nostro processo cognitivo, tenuto in vita dall’incuria, dall’indifferenza e dall’incapacità di empatizzare con la loro storia.  Ci si appropria di una sorta di invisibilità, salvo quando vengono discusse tematiche sulla sottomissione sessuale o disparità sociali. Allora sì che, per miracolo, appare il corpo nero per essere ridicolizzato (ad esempio, l’attenzione sui glutei di Serena Williams), o per essere strumentalizzati nelle varie discussioni nei mainstream (quando i programmi sociopolitici usano le esperienze delle donne nere come capri espiatori per promuovere ora una teoria, ora l’altra). Il modo in cui i corpi delle donne nere/mixed vengono spettacolarizzati presso il pubblico, in generale, e nelle industrie del sesso per il tempo libero e il piacere degli uomini, in particolare, è radicato nelle intersezioni di potere, privilegio e oppressione di genere razzializzato.

 

Janelle Monae, nel suo video PYNK

 

Jezebel è il risultato di un processo che, partendo da pregiudizi e da conoscenze stereotipate, che non hanno alcun riscontro con la realtà, porta alla iper-sessualizzazione delle donne nere/mixed/latine, privandole di quella dignità femminile riservata a tutte le altre donne. Questo spesso avviene nell’indifferenza e con l’acquiescenza degli “spettatori”, abituati a considerare i “diversi” inferiori, a volte pericolosi, ma comunque meritevoli di un trattamento diffe-rente. La ripetizione acritica di frasi fatte, dei “sentito dire”, la lettura e l’ascolto superficiale dei media contribuiscono spesso a creare una percezione di ciò che ci circonda che non rispetta la realtà.

 

L’unico modo per superare questo blocco, lo possiamo solo trovare nella cultura, nell’educazione e nell’istruzione. Modificare quegli atteggiamenti e quella  mentalità alla base della conservazione della divisione sociale dei ruoli e delle razze è fondamentale per proporre modelli culturali liberi da stereotipi e pregiudizi inconsci, che si sviluppano anche senza una logica e spesso portano ad una mancanza di oggettività di giudizio. Bisognerebbe rinforzare i concetti positivi, oppure ri-categorizzarli senza pregiudizio.

 

Da un  lato, è chiaro che non potremmo funzionare senza ricorrere a degli stereotipi, poichè ci mettono al riparo dalle nostre paure più pressanti, allontanandole e rendendoci in grado di  agire come se la loro causa fosse al di là del nostro controllo. Li usiamo per costruire il  “buon senso” o la “saggezza”. Dall’altro lato diventano qualcosa di più, perché, di solito, non siamo consapevoli di usarli, perciò non è possibile intervenire per correggerli.

 

 

Fornire quindi informazioni sulla loro infondatezza, assumere la prospettiva di persone che consideriamo diversi da noi, esterni al nostro gruppo, sviluppare quell’empatia che ci permette di vivere il punto di vista dell’altro, essere coscienti della differenza tra realtà e percezione e capire come costruiamo le nostre opinioni sulla società in cui viviamo e come possiamo essere influenzati dalle “informazioni” dei media, sono tutti modi validi per cambiare questi modelli sommari, ed innescare delle trasformazioni nello stereotipo stesso.

 

 

E’ bene rammentare, però, che il cambiamento avviene solo se si è motivati o se si ottengono dei vantaggi, e quando cambiare lo stereotipo non comporta minacce. Nelle questioni razziali questo significa che bisogna affrontare i problemi prima tra i gruppi pertinenti,  e poi inseriti nel contesto sociale prevalentemente bianco in cui vivono. Si possono ottenere cambiamenti indiretti tramite azioni positive, come creare nuovi modelli di donne nere/mixed esenti da generalizzazioni triviali o semplificazioni mediatiche, e non devono essere confusi con personificazioni di stereotipi.

 

 

Tutto sta nella volontà di volersi disfare di considerazioni che non ci appartengono. In nessun modo.

 

Nicki Minaj

 

 

 

@Wizzy, Afro Bodhisattva, Entrepreneur, Multipotentialite Wantrepreneur, Physical Anthropologist, Freelance researcher of African Studies, culture, tradition and heritage, CEO Dolomite Aggregates LTD and Founder IG MBA Métissage Boss Academy ,  MBA Metissage & Métissage Sangue Misto.    Mi trovi anche sul Canale Telegram, e su ClubHouse come @wizzylu.

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