Abdel Kader Haidara sorts through trunks of ancient manuscripts. PHOTOGRAPH BY BRENT STIRTON, NATIONAL GEOGRAPHIC

Presente assoluto o passato che non passa?

I nostri valori ed il tempo: alcune personali considerazioni di Marbet Rossi su cultura e memoria, pensiero critico e comunicazione.

 

Abdel Kader Haidara photographed by Brent Stirton, National Geographic.

 

Molte volte ho studiato
la lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realtà non è questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita può condurre a follia,
ma una vita senza senso è la tortura
dell’inquietudine e del vano desiderio.
È una barca che anela al mare eppure lo teme.
EDGARD LEE MASTERS, George Gray, Antologia di Spoon River (Mondadori, 2001), trad.
it. Antonio Porta.

 

 

Alcuni anni fa si usava riproporre o citare estratti di questi versi di E. Lee Masters un po’ ovunque – e, a mio parere, non sempre a proposito – ogni volta che si intendeva provare ad elevare poeticamente il livello del discorso proposto.
Tutti noi siamo usi pescare lumi d’autorevolezza o soffi di commozione estetica dal lavoro ben fatto di qualcuno che ci ha preceduti.

 

Se possiamo permettercelo, se ogni volta non siamo costretti a vivere come se fossimo la prima generazione di esseri umani su questa terra, dobbiamo ringraziare il fatto che tali contributi siano stati conservati, tramandati e sottratti all’azione impietosa del tempo – che tutto trascina via con sé – dalla buona volontà e dall’impegno di qualcuno. Impegno al quale dovremmo forse ricordarci di rivolgere, almeno ogni tanto, un pensiero di rispettosa gratitude, dal momento che non sempre i casi dell’esistenza e della sorte aiutano favorevoli questa azione. Non è soltanto un lavoro per polverosi antiquari, pedanti filologi, archeologi fanatici del coccio e del rudere, esteti naïfs, topi da biblioteca, arcigni professori e baronetti
d’accademia. E non è neppure soltanto questione di restare adesi ad anacronistiche tradizioni inadatte al passo della società moderna.

 

Gli eroi e gli antenati che ogni popolo, a proprio modo, ha cantato nei secoli non smettono di scorrere nella linfa del nostro essere, anche se appartengono a tempi e dimensioni della vita nei quali neppure ci riconosciamo più. Semplicemente si sono sedimentati negli strati più profondi del nostro terreno culturale. Ci sono esseri umani che hanno rischiato la vita o l’hanno persa per preservare, o tentare di preservare, il patrimonio culturale delle proprie genti e delle proprie terre, percorse da
violenza, devastazioni e soprusi.

 

Leggiamo, per esempio, il racconto dell’opera di Abdel Kader Haidara, coraggioso bibliotecario di Timbuktu, e dei suoi collaboratori e di come abbiano salvato dalla distruzione e dall’oblio un immenso patrimonio di conoscenza che diversamente oggi non esisterebbe più. Oppure ricordiamo la tragica fine di Khaled_al-Asaad, archeologo, scrittore e traduttore
siriano, che dedicò la vita a scavare, tutelare e preservare la sua bellissima Palmira, la “Sposa del deserto“, e che nel maggio del 2015, quando la città passò sotto il controllo dello Stato Islamico, fu catturato da un gruppo jihadista; fu interrogato (e torturato) a lungo affinché svelasse dove avesse nascosto i tesori della città, opere da distruggere perché pagane, da infedeli, o, meglio ancora, da immettere nel prospero mercato internazionale clandestino delle opere d’arte e dei reperti archeologici trafugati, onde finanziare le proprie milizie e rispondere ai capricci di qualche ricco appassionato esteta di pochi scrupoli. Khaled non disse una parola e fu ucciso, il 18 agosto dello stesso anno, tramite decapitazione; il suo cadavere senza testa fu appeso ad una colonna dell’antica via colonnata della città ed esposto come chiaro messaggio per tutti gli avversari, perché anche una strage o un omicidio efferato, per offrire alla propaganda il frutto sperato, devono possedere una dimensione mediatica interessante. Non ho mai fatto in tempo a conoscere Khaled, lo conoscevano bene i miei professori che collaboravano con lui da anni, perché l’archeologo siriano, nonostante l’età piuttosto avanzata, lavorava ancora volentieri e alacremente con qualunque missione archeologica internazionale, proveniente da qualsiasi università, si offrisse di studiare e preservare la sua Palmira. Chiunque condividesse, senza rapacità, il suo amore aveva a che fare con lui, era un apporto benvenuto.

 

 

 

Ho anche io un’iniziale formazione da archeologa, benché abbia preso altre vie in seguito, e qualcosa mi si spezza dentro ogni volta che sento la parola passato accostata al verbo cancellare. Il mio istinto si ribella ancor prima della mia coscienza razionale. Per me tutte queste cose sono personali perché mi toccano dentro, anche se non riguardano strettamente o direttamente la mia vita, il mio lavoro, la mia gente, ma toccano le mie prospettive sul mondo e il mio modo di concepirmi in esso. Vedo nell’arte, nella cultura e nella bellezza un luogo di incontro privilegiato con tutte le forme possibili d’umana alterità, passate e presenti, e allo stesso tempo la dimensione nella quale tutte le possibili alterità si dissolvono rivelando i tratti più profondi e universali della natura umana.

 

L’umanità si muove nel tempo del mondo come una melodia che alterni assonanze ad accordi dissonanti. Ogni popolo ha avuto ed ha il proprio ritmo ed il proprio canto. Ma nel profondo continua a scorrere, a ripetersi come una nota pedale, il suono arcano di un leit motiv immutato. Ovviamente so che tutti i monumenti, i siti archeologici e i ruderi della terra, tutte le opere d’arte, le statue, le produzioni letterarie e le manifestazioni artistiche, tutti i documenti storici del passato non valgono, neanche messi insieme, quando la vita, la serenità, il benessere e l’incolumità di un solo essere umano vivente. Tuttavia mi chiedo in che modo una qualsiasi di queste cose possa anche solo lontanamente rischiare di attentare alla vita di qualcuno o essere un ostacolo alla sua realizzazione personale. O in che modo possa inibire qualunque forma di dovuto progresso
umano, tecnologico, sociale, scientifico etc.

 

 

Il passato, l’arte e la cultura non aggrediscono nessuno, a meno che qualcuno non li impugni come strumenti per altro. Ma allora forse è di questo altro e di chi, come e perché li impugna che dovremmo preoccuparci, non del passato, dell’arte, della cultura. Esistono movimenti, spesso estremisti, o visioni e partiti politici, che hanno fatto e fanno propri riferimenti storici fra i più vari e li hanno utilizzati e li utilizzano come base di rilancio propagandistico e/o di riferimento identitario e simbolico.
Non è un fenomeno nuovo, né di per sé stigmatizzabile; fin dall’antichità l’essere umano ha rielaborato le proprie memorie per costruire attraverso di esse i propri miti fondativi, le proprie tradizioni. Il problema è se mai costituito dai contenuti e dalle iniziative, dalle visioni di questi movimenti. Ma questo non significa che al passato che essi rivendicano siano da attribuirsi i caratteri e gli intenti che questi movimenti portano avanti. Se, per esempio, l’ultra destra si richiama oggi alle culture nordiche precristiane, non è utile bannare dalle scuole l’insegnamento di queste civiltà, è utile perseguire gli estremisti ed
educarsi a conoscere una storia svestita di ideologie. Quale posto potrebbe essere migliore di una buona scuola a tal fine?!

 

Il passato poi, essendo passato, non sta realmente agendo ora, se non nella misura in cui qualcuno oggi lo riutilizza. È quella persona che agisce, non il passato. Conoscendo il passato, possiamo al massimo spiegarci come mai oggi viviamo in certe
condizioni e in non altre, non possiamo fare del male a qualcuno. La conoscenza non uccide e non discrimina. È la volontà degli esseri umani viventi a farlo. Per comprendere, naturalmente, dobbiamo conoscere questo benedetto o maledetto
passato e, se vogliamo conoscerlo, dobbiamo preservarlo, non censurarlo. È così ovvio che mi sembra persino inutile ribadirlo. Ma, a quanto pare, tanto ovvio non sembra più, considerati i movimenti e le tendenze sociali in atto. Tendenze che in realtà non sono affatto una novità dei nostri tempi, sono comuni a tutte le civiltà umane; ma si declinano in modo peculiare oggi perché differenti sono gli orizzonti, ormai globali, il livello generale d’istruzione di base e di accesso alle informazioni e gli
strumenti di comunicazione, che introducono nel dialogo culturale attori, fattori e punti di vista che prima sarebbero rimasti ai margini della comunicazione stessa e che attualmente, invece, non sono più solo ricettori finali, ma anche produttori di contenuti e iniziative, hanno cioè una parte attiva maggiore nel processo di elaborazione culturale. Tutto questo comporta ovviamente vantaggi e svantaggi. Tra i primi si può certamente annoverare il fatto che un simile sistema possa rappresentare
e dare voce – e quindi visibilità, presenza e maggior peso culturale e sociale – a elementi precedentemente non ascoltati, emarginati o marginalizzati dalla società e dalla cultura, raccogliendo anche le loro istanze ed i loro punti di vista.

 

 

Inoltre avere a disposizione molteplici punti di vista, un numero maggiore di informazioni sempre più accessibili, contatti semplificati con individui e realtà che diversamente non avremmo mai potuto incontrare e conoscere, con le quali non avremmo mai potuto interagire, indubbiamente ci apre a nuovi orizzonti e a maggiori potenzialità rispetto al
passato. Esistono tuttavia anche dei notevoli svantaggi perché questo sistema, come molti altri strumenti, non possiede un principio intrinsecamente virtuoso (al massimo col tempo si dà delle regole e delle funzioni atte ad espellere i contenuti più dannosi e pericolosi, qualificabili in termini di reato), non seleziona qualitativamente, ma soltanto quantitativamente, i contenuti che propone e col tempo, attraverso le dinamiche che lo costituiscono, spinge istintivamente chi ne fa uso a ritrovarsi all’interno di una propria bolla mediatica di comfort, abitata per lo più da quanti nutrono interessi e pensieri, cercano e creano contenuti più o meno simili ai propri. Non è un sistema di comunicazione nel quale i contenuti passino necessariamente attraverso il vaglio della competenza e può ospitare informazioni scorrette, di scarsa o nessuna qualità o persino false, addirittura volontariamente inventate per correggere l’inclinazione dell’opinione degli utenti, le famose e famigerate fake news. Questo sistema rischia poi di amplificare la voce – e quindi anche il peso mediatico e la forza di pressione sociale e culturale – di minoranze molto rumorose, prepotenti, acritiche e talora persino estremizzate, per non parlare dell’uso che hanno dimostrato di poterne fare le propagande politiche più aggressive; voci che non sempre risulta facile, né tanto meno possibile o utile, silenziare, perché talora il silenzio, dopo che un contenuto è stato urlato, ne
amplifica la percezione dell’eco e perché diventa problematico istituire parametri di censura troppo rigidi.

 

 

Il processo di elaborazione culturale, naturalmente, non riguarda soltanto l’istruzione, gli ambiti di competenza specifica, le università, i luoghi di ricerca scientifica, le accademie o i musei; cultura è tutto ciò che dà forma, immagini e parole all’immaginario collettivo ed individuale e all’auto-rappresentazione di una civiltà e dei suoi valori. Gli esseri umani si sono sempre mossi lungo due direttive principali, talora inconciliabili, altre volte in armonico equilibrio reciproco o addirittura concordi nei fini: la ricerca di dimensioni più ampie e complesse e la massima semplificazione. Una parte di noi cerca sempre altro, un significato più ampio e profondo delle cose, un miglioramento per il futuro, nuovi incontri e nuovi orizzonti, radici sempre più antiche e lontane nel tempo, soluzioni sempre più moderne e innovative. L’altra tende a rispondere alla legge del minimo sforzo, sia esso materiale o culturale. Ci sono individui naturalmente inclini ad abbracciare un percorso piuttosto che un altro, ma la verità è che queste tendenze appartengono a ciascuno di noi e non sempre si risolvono in
modo utile ed armonico. Anche i processi di rielaborazione culturale si muovono fra queste linee di tendenza. Entrambe possono essere utili e funzionali, il problema è rappresentato dal fatto che non sempre si è in grado di cogliere in che contesto e rispetto a cosa sia più utile proporne una piuttosto che un’altra o un incrocio fra le due. L’esercizio della ragion critica fa parte del primo percorso; tecniche di comunicazioni che mirino ad una ricezione immediata e forte dei contenuti ricorrono invece, più utilmente, alla semplificazione.

 

 

Sarebbe auspicabile un dialogo fra queste due tendenze. I contenuti di secondo tipo potrebbero essere il risultato finale, l’estratto di una elaborazione passata attraverso il vaglio critico e/o comunque qualcosa che accetti di essere sottoposto a
critica e dubbio. Gli slogan politici più urlati potrebbero, per esempio, essere frutto di elaborazioni di pensiero più profonde di quelle che attualmente mirano a raggiungere le viscere dell’elettorato e l’elettorato potrebbe fare lo sforzo individuale di porle un po’ di più al vaglio della ragione prima di accoglierle e rilanciarne l’eco. Purtroppo, invece, sembra che questi due elementi siano percepiti in vicendevole contrasto e si rappresentino in termini di negazione reciproca. Il che, a mio parere, sta portando ad un cortocircuito comunicativo fra le varie dimensioni della società e della cultura e, ultimamente, della ragione umana, che, al contrario, ha bisogno di entrambe e della loro armonica collaborazione o, almeno, dell’accettazione del fatto che siano entrambe strumenti della medesima natura umana. Il dubbio è solo una forma di pensiero, non sempre è nemico dell’asserzione, non sempre è un tentativo di fare breccia nel principio che la sostiene.

 

I “se” ed i “ma” non sono necessariamente testimonianza di un nostro deficit morale, di un’adesione ipocrita all’assunto iniziale cui si riferiscono. Il fatto che possano anche rappresentare sfumature di ipocrisia e di relativismo non ci autorizza a cominciare a considerarli a priori sempre e comunque, soltanto ed unicamente in tal modo. Il valore di queste particelle dubitative (ipotetiche o avversative) può essere ricostruito solo attraverso il contesto di riferimento. Provo a spiegarmi con un esempio.

 

 

Immaginiamo di rivolgere a qualcuno la seguente frase: “Rispetto il tuo pensiero, il tuo dolore e la tua indignazione, ma penso che in questo caso tu abbia interpretato male la situazione”. Quel “ma” non è un modo velato ed ipocrita per dire che in fondo non ti rispetto poi così tanto come sembro sostenere nella prima parte della frase. Vuole solo essere un modo per dire che forse la situazione presente, che tu hai letto in un certo modo e che secondo te offende la tua sensibilità, potrebbe anche essere letta diversamente. Le mie parole non ti stanno negando, non ti sono nemiche, non vogliono togliere voce al dolore che
tu vivi, non cercano di sovrapporsi alle tue per togliere loro dignità. Esprimono solo un dubbio sulla situazione in corso. Potrei avere ragione o potrei essere completamente in errore, oppure la mia e la tua visione potrebbero contenere parti di verità e parti di fraintendimento e magari, confrontandoci, potremmo capire meglio la situazione, osservandola da due punti di vista differenti. Ma tutto questo dovrebbe verificarsi guardando alla situazione, al contesto e non emettendo giudizi di valore sulla mia o sulla tua natura morale, magari censurando o attaccando l’una o l’altra.

 

Women Dancing, Unknown

 

Si può discutere ed essere in totale disaccordo, è persino possibile commettere errori clamorosi sulle proprie posizioni senza che questo debba per forza rappresentare terreno di inimicizia o negazione reciproca fra le persone che discutono. Un essere umano è molto più della categoria che lo definisce, dell’idea illuminata o stolta che porta avanti. Dietro le
opinioni e le categorie ci sono esseri umani. Discutere significa mettere in critica le tesi, le opinioni, le idee, non attaccare, escludere, cancellare, discriminare le persone, togliere loro voce o visibilità. Esercitare il pensiero critico significa muoversi in un ambito simile. Certamente esistono voci che possono essere pericolose e che vanno ridotte al silenzio, come esistono individui, i cui atti rappresentano delitti contro la persona, la proprietà, il patrimonio, il nome etc, che vanno allontanati dal resto della società, sanzionati e, possibilmente, rieducati oppure ridotti in condizioni di non nuocere. Esiste per questo un codice legislativo, sia penale che amministrativo. Cosa si debba considerare reato o meno, cosa debba essere tollerato o meno è questione di dibattito senza soluzione di continuità, questi sono elementi che evolvono insieme alle società che li
codificano, in genere con passo un po’ più lento delle società stesse, ma evolvono. E per evolvere in modo funzionale hanno bisogno di persone con adeguate conoscenze e capacità critiche, non di improvvisati decaloghi. Proprio come esistono battaglie più urgenti di altre, ma questo non significa che solo gli individui rappresentati da quelle battaglie abbiano diritto a rivendicare qualcosa.

 

 

Certo che, per esempio, la condizione femminile ha oggi bisogno di maggior supporto rispetto a quella maschile, ma questo non significa che qualcuno che parli dei problemi degli uomini stia erodendo terreno alle lotte femministe o che gli uomini non abbiano problemi. Dipende sempre da che taglio si offre ai propri contenuti. Giustamente si ripropone sempre più spesso il pensiero del filosofo ed epistemologo austro-britannico Karl Popper che, nell’immediato dopoguerra, metteva in luce il paradosso della tolleranza. Una società che, per essere coerente fino in fondo con la propria volontà democratica ed i principi di parresia e libertà d’espressione ed azione, si spinga fino al limite di tollerare persino gli intolleranti finisce per produrre da sola la propria nemesi, per destrutturarsi dall’interno, coltivando e nutrendo in sé quegli stessi estremismi e quelle forme di intolleranza che rappresentano la negazione della democrazia, della tolleranza e della libertà. È un paradosso che si sta tristemente trasformando in realtà pericolosa e aggressiva in occidente, si manifesta in molti modi e in molte realtà, dalle formazioni di estrema destra suprematista razzista che nell’America di Trump hanno alzato la voce (ma che sono sempre
esistite nel tessuto della società americana), all’Italia dei vari Casa Pound e Forza Nuova e compagnia camerata, fino a quelle formazioni conservatrici che tirano in causa la libertà di pensiero come escamotage per cercare consensi nel frenare o nell’impedire l’approvazione di leggi a favore dell’inclusione e contro la discriminazione. Non si può essere democratici e tollerare il fascismo perché il fascismo è la negazione della democrazia e della libertà di pensiero, non si può essere tolleranti e tollerare che fanatici e intolleranti si impongano, non è possibile richiamarsi alla libertà di pensiero per continuare a mettere in atto comportamenti discriminatori contro le minoranze di qualsiasi tipo perché discriminare significa togliere ad un altro la possibilità di essere parte di una società al pari di tutti i suoi elementi e togliergli la libertà di esprimersi e la possibilità di realizzarsi.

 

Golconda, René Magritte. Un quadro che mette in luce la rappresentazione della critica all’omologazione, alla standardizzazione, alla meccanicità della routine, mettendo il luce il rapporto tra uomo e lavoro che sopprime le peculiarità di ogni individuo in nome del progresso economico.

 

Per esser stati troppo tolleranti si rischia di ritrovarsi schiavi, altro che liberi! La libertà di pensiero e di parola è cosa per persone consapevoli, culturalmente e razionalmente forti ed ha come limite il punto nel quale comincia a porsi come negazione dell’altro. Esiste dunque un uso tossico, distorto e pericoloso del concetto di pensiero critico e di libertà di pensiero, un uso che non va assecondato, ma sanzionato quando tocchi l’ambito penale e smantellato con energia in tutti gli altri casi; e non tanto con attacchi diretti a chi lo proponga o si muova sul terreno degli slogan, quanto con l’efficace produzione e con l’uso attivo e propositivo di vie e contenuti diversi, migliori. Se siamo in grado di ragionare, facciamolo, non poniamoci allo stesso livello critico di chi agisca come ricordato sopra! E soprattutto non cadiamo nella trappola di credere che il nostro nemico sia il pensiero critico solo perché qualcuno abusa del concetto a proprio vantaggio. Il pensiero critico è lo strumento della ragione umana che ci permette di scandagliare in modo più attento e profondo la realtà, i fenomeni che ci toccano. Ed è comune ed indispensabile a chiunque voglia confrontarsi con l’umanità e le sue dinamiche, le sue lotte
ed i suoi orizzonti. Non è l’arma che le forze intolleranti e disciminatorie o i difensori dei privilegi costituiti possono usare per togliere voce agli emarginati e agli oppressi.

 

 

Esistono però fasce progressiste che sono arrivate al punto di metterne in dubbio la bontà e la validità. Si passa da un paradosso all’altro. Il pensiero critico non è un nemico, non è pericoloso per l’uomo che cerchi la propria via nel mondo, è pericoloso solo per quanti intendano dettare dogmi che non prevedano né accettino d’essere discussi. Non ci si deve richiamare ad esso, non va levato come il blasone di uno scudo ogni qual volta si voglia difendere un privilegio o attaccare il diritto di rappresentanza di una minoranza: quello non è pensiero critico, è un arzigogolo retorico impastato alla men peggio
per intortare il prossimo con paroloni fuori contesto. E, tuttavia, non va neppure bannato come strumento contrario al progresso umano. Ma, santo cielo, può mai esserci progresso umano senza pensiero critico, senza uso della
ragione?! Quale follia può portare ad un’idea simile?!

 

Così come non siamo costretti a credere, secondo quanto ci spinge a fare la martellante propaganda delle destre e dei populismi nazionali, che provare empatia per chi rischi la vita in mare sia ipocrisia (non è ipocrisia, è avere ancora una coscienza umana!), allo stesso modo non siamo costretti a credere neppure al fatto che, se qualcuno, per esempio, è contrario ad una legge contro l’omotransfobia, si stia opponendo alla sua approvazione per
amore del pensiero critico…

 

 

Affiniamolo e usiamolo questo benedetto pensiero critico invece che trascinarlo a destra e a manca come uno stendardo da levare per nascondere la nostra faccia di bronzo o da calpestare per paura che ci si rivolga contro! Quando, mentre esplodevano le proteste del BLM, 153 intellettuali firmarono e pubblicarono sull’Harper’s magazine una petizione di richiamo contro il rischio di censura e limitazione che il femoneno della cancel culture minaccia di rappresentare per la libertà d’espressione, di ricerca e di produzione intellettuale, artistica e letteraria, inizialmente tirai un grande sospiro di sollievo.
Non ero solo io, chiusa nel mio insignificante orizzonte, a sentirmi soffocare! Persone con voci decisamente più autorevoli della mia percepivano il medesimo disagio di fronte al fenomeno della cancel culture. Diversi amici, visto il mio entusiasmo, mi invitarono a scrivere qualcosa a riguardo, ma, apprendendo le reazioni alla pubblicazione della lettera mi bloccai.
Sono sempre stata educata (ed ho interiorizzato questa prospettiva) a concepire il mio essere nel mondo non solo in termini di libertà, ma anche di responsabilità. Una responsabilità duplice, verso me stessa, il mio io, la mia natura e la sua realizzazione e
verso gli altri. Non si può stare nel mondo immaginandosi unicamente in funzione di se stessi e non anche in rapporto con gli altri, ma non si può neppure negare se stessi per gli altri. Trovare un equilibrio sano e funzionale fra questi due elementi è, secondo me, la sfida di una vita, complimenti a chi riesce a sentirsi sempre in equilibrio e armonia fra una cosa e
l’altra…

 

 

Molte critiche non meno autorevoli e sensate si levarono, infatti, in merito alla scelta del momento in cui pubblicare la petizione, ritenuta, forse non a torto, infelice perché, nonostante tutti i distinguo presenti nel testo, poteva essere facilmente strumentalizzata dalle forze conservatrici ed illiberali come voce di rilievo da vendersi contro le sacrosante
rivendicazioni del movimento BlackLivesMatter. E non era e non è certo questo il momento di cavillare su questioni accademiche di lana caprina quando ci sono milioni di individui da difendere e da sottrarre alla discriminazione e
alla violenza istituzionalizzata. Inoltre alcuni (un paio per la verità) dei firmatari erano personaggi considerati controversi.
E tutti quanti comunque uomini (o donne) di cultura che occupano posti di potere e privilegio.
Forse, consciamente o inconsciamente, non erano mossi soltanto dal desiderio di difendere la libertà di pensiero, quanto piuttosto dal timore di vedere attaccate le proprie certezze e le proprie posizioni di privilegio?
Questi intellettuali, infatti, dimenticavano l’urgenza attiva della lotta, la dimensione di necessaria rottura delle rivoluzioni, il fatto che gli eventuali episodi di cancel culture, giusti o sbagliati che fossero, sarebbero stati considerabili al limite come gocce nel mare della sofferenza umana se paragonate alle discriminazioni che le minoranze devono vivere e
vivono ogni giorno da sempre.

 

African Queen. Unknown

 

 

Quello che stanno vedendo altri non è che il nuovo secolo, la nuova mentalità, le nuove voci e i nuovi strumenti che avanzano.
Piaccia loro o meno, è finita l’epoca dei privilegi sanciti e scontati. Tutti in qualsiasi momento possiamo essere fatti oggetto di attacco e censura per qualsiasi cosa, esattamente come è sempre accaduto ai membri di qualsiasi emarginata minoranza
nella storia. Tutti questi concetti lì per lì mi disorientarono. Non sapevo come pormi, avevo mille domande e nessuno del cui giudizio mi fidassi abbastanza a cui porle, nessuna ipotesi di soluzione. Da che parte dovevo stare? Dovevo scegliere di stare da qualche parte? Era questo il punto? Quella lettera era una velata forma di defezione dagli schieramenti della giustizia?
C’era da schierarsi per essere dei giusti? Francamente non avevo e tuttora non ho un giudizio certo, sicuro, definitivo sui movimenti culturali e le tensioni che attraversano la società. Sono una goccia in questo mare non posso misurarlo ed abbracciarlo tutto neppure se lo desidero. Come faccio a comprenderlo veramente?!

 

 

La dimensione di alcune di queste dinamiche esula ampiamente la mia capacità di intenderne fino in fondo la portata. Preferii dunque evitare di scrivere alcunché a riguardo, per limitarmi a commentare singoli episodi rispetto ai quali potevo aver competenze per esprimere un’opinione decente. Una sola cosa sapevo: non volevo che le mie parole, fossero pure lette e recepite anche solo da cinque persone, potessero contribuire ad erodere consenso alle battaglie di chi lotta per i propri diritti. Abbiamo responsabilità verso noi stessi, ma anche verso gli altri. Se non possiamo essere d’aiuto, cerchiamo almeno di non porci come ostacoli. Se non siamo in grado di ascoltare e capire, cerchiamo almeno di non spegnere la voce
degli altri. Solo dopo diversi mesi e non pochi confronti a riguardo, pur non avendo tuttora un’idea definitiva della cosa, trovo un punto certamente problematico nelle varie critiche. Ma perché mai dovremmo voler vedere tutta una società in travaglio da possibile censura imminente piuttosto che sottrarre a questa condizione gli emarginati?!

 

 

Perché sembrerebbero esserci sorti individuali legittimamente sacrificabili al bene comune? Perché una società di ansia e accuse continue per ogni cosa dovrebbe portarci ad essere più giusti e meno discriminatori? Una mia amica di origini albanesi, scherzando, un giorno mi disse che quello era, con altri mezzi, lo stesso sistema di delazione usato durante la dittatura quando lei era bambina. Esagerava – forse. In ogni caso credo che non esista la possibilità di giudicare a priori questi fenomeni. Vanno
sempre contestualizzati, secondo me.

 

 

 

La particolare contingenza storica in cui ci troviamo offre una nuova forma di commistione fra attori economici e strumenti di comunicazione e consenso di massa che consente ai fruitori di questi ultimi di diventare anche promotori ed attori di campagne di pressione sociale esercitate per tramite delle aziende. Talora si tratta di pressioni dal basso positive e dovute, altre volte si tratta dello scatenarsi di minoranze prepotenti ed un po’ fanatiche che però producono il rumore mediatico sufficiente a spingere un’azienda verso determinate scelte piuttosto che altre. Come navigare in questo nuovo mare di potenzialità, problemi e controversie restando a galla – e magari capendo anche dove si sta andando – sarà una delle questioni che ci accompagnerà per un po’, almeno finché il suddetto rapporto fra economia, comunicazione e
consenso non muterà. Più urgente sarebbe una riflessione riguardo al l’influsso sulla politica e sulla ricerca e la produzione artistica e culturale che tutto ciò rischia di avere. Perché purtroppo ci sono anche quanti credono che sia giusto cominciare a processare l’arte, la cultura ed il passato intero. Il problema è che questo processo è spesso sommario, più simile ad un linciaggio che ad altro, condotto per impressioni più che per reale conoscenza, portato avanti secondo categorie di pensiero piuttosto ottuse e misurato su criteri di valore morale attuali.

 

After The Head Of Giuliano Di Medici By Salvador Dali.

 

In tutta sincerità, quale opera prodotta prima del 2015 ha vaghe chances di non risultare problematica in termini di scelte espressive se paragonata alle posizioni attuali?! Solo per i pronomi e le desinenze andrebbero ristampati tutti i libri…
Credo che ogni volta che ci proponiamo di cancellare qualcosa a priori, senza darci il tempo e gli strumenti necessari per un adeguato percorso critico, ci accingiamo anche a negare, ad abortire una delle dimensioni del nostro essere umani.
Mi permetto di rubare una similitudine, ben nota – e anche questa molto riproposta – al libro VI dell’Iliade e al poeta lirico greco Mimnermo.

 

Noi esseri umani abitiamo l’esistenza come foglie: come le foglie degli alberi, che in primavera godono del risveglio della natura, d’estate brillano nel rigoglio e nel vigore della piena stagione, in autunno si seccano, sono trascinate via dal vento, si posano ai piedi degli alberi o volano lontano, e in inverno muoiono infine tornando alla terra; così sono le
generazioni degli uomini. Passano. Sono passate e passeranno. Passeremo anche noi e le nostre idee progressiste fra venti anni saranno retrograde, la nostra gioventù sarà prima maturità, poi vecchiaia e infine morte. Oggi costruiamo il mondo, lo giudichiamo e lo emendiamo, domani osserveremo le nuove generazioni giudicarci, impietose e stanche della nostra lentezza, come impietosi e stanchi siamo stati noi prima di loro nei confronti dei nostri “vecchi”. I rivoluzionari di un tempo, che accusavano i loro genitori di non capire nulla e di essere dei “matusa“, oggi sono quei “boomer” insopportabili che tolgono spazio e aria ai giovani con tutti i loro pregiudizi. Come verremo chiamati noi fra 20, 30, 50 anni, se avremo la fortuna di esserci (invecchiare sarà pure una dannazione, ma è in qualche modo anche un privilegio, non sempre scontato
nelle generazioni passate)?! Quanto retrogradi, lenti, inadatti, pieni di pregiudizi e censurabili verremo considerati quando
non riusciremo più ad adattarci adeguatamente e con la richiesta rapidità agli ultimi orizzonti dell’evoluzione sociale?! Cosa resterà di noi quando passeremo di moda e, infine, non ci saremo più?

 

La memoria, la conservazione di oggetti, opere, racconti, tradizioni è da sempre una delle azioni che l’essere umano compie per sottrarre, se non se stesso, almeno le proprie storie, il meglio e a volte il peggio di sé, al giogo del tempo e della morte.

 

«Sed fugit interea fugit irreparabile tempus», «Ma fugge intanto, fugge irreparabilmente il tempo»
(Virgilio, Georgiche, III, 284).

 

Se c’è una cosa certa in ogni vita è che prima o poi, nessuno sa quando, finirà.

 

involve
Tutte cose l’obblio nella sua notte;
E una forza operosa le affatica
Di moto in moto; e l’uomo e le sue tombe
E l’estreme sembianze e le reliquie
Della terra e del ciel traveste il tempo
(UGO FOSCOLO, Dei Sepolcri, vv. 16/12)

 

 

Ecco perché gli esseri umani oltre che a produrre e consumare si sono prodigati spesso anche a conservare, a raccontare, a tramandare: per sottrarre alla morte almeno la memoria del loro esistere. La memoria trascende nell’imminenza la dimensione effimera della vita, che le religioni ci promettono di superare nella trascendenza e/o nella proiezione escatologica dell’esistere
nell’Essere, e che il progresso scientifico, medico, tecnologico, sociale etc si preoccupa di superare trasformando l’agire del presente in progettualità e miglioramento per il futuro. Possiamo scegliere di non fidarci di una di queste dimensioni, di rifiutarla, possiamo prediligerne una alle altre, ma a che scopo censurare? Perché togliere a noi stessi o agli altri la possibilità di percorrerle e abitarle tutte?! La possibilità è una categoria che veste molto bene la ragione umana. Perché censurarne una parte?! Tornando ai versi di Masters… recentemente mi sono istintivamente venuti alla mente, mentre mi trovavo a riflettere sull’ennesimo caso controverso di polemica esplosa, almeno nella mia personale bolla di attenzione, sui social media in termini di cancellazione / difesa del patrimonio culturale. Patrimonio che per alcuni sembra rappresentare un elemento di riconoscimento identitario piuttosto esclusivo, mentre per altri una fonte di discriminazione. Personalmente resto abbastanza disorientata dal continuo sorgere di queste polemiche, che spuntano ormai sempre più frequenti, come funghi su un tronco reciso, dopo la pioggia – e dei funghi hanno anche la medesima durata: la polemica si spegne, infatti, assai rapidamente, ma nel terreno e sul tronco restano le spore pronte per la volta successiva.

 

Gli Orologi Molli, Salvatore Dalì.

 

 

Sono così frequenti che spesso mi chiedo se sia o meno opportuno rivolgere ad esse la mia attenzione o se farlo non rischi di portarmi a sprecare tempo nel vano tentativo di ingabbiare il vento o di offrirmi una visione distorta del reale. Perché, come si è visto, i social media sono indubbiamente strumenti pieni di potenzialità positive e stimolanti, ma anche di difetti (naturalmente il discrimine fra una cosa e l’altra è posto soprattutto dai fruitori e dalle modalità di fruizione, non è quasi mai presente solo nello strumento stesso): non è raro, infatti, che possano restituirci un’impressione un po’ sproporzionata del reale e farci apparire come enormi questioni che, a tutti gli effetti, non sono o non sarebbero poi così gravi, se non
fosse per il loro riverbero mediatico. Non è detto che se tutti discutono di una questione e ne discutono molto, quella questione sia poi tanto più rilevante in termini oggettivi rispetto ad un’altra, che passi magari sotto silenzio o ottenga minore eco mediatica. Quando usiamo i social e recepiamo contenuti attraverso di essi, dovremmo forse, secondo me, concederci il tempo di staccare un attimo e, se possibile, verificare dinamiche e dimensioni di ciò che ci ha raggiunti, prima di partire in tromba a restituire al mondo la nostra impressione a caldo.

 

A volte nella vita serve reagire prontamente, quasi istintivamente, fornire indicazioni chiare, sintetiche e risposte sicure e inequivocabili, ma nel caso delle opinioni non è sempre detto che il mondo là fuori o nella rete stia attendendo febbrilmente proprio il nostro illuminato contributo o che non possa sopravvivere senza un nostro sentito commento a caldo, di approvazione, disapprovazione, critica, sostegno, insulto etc… alcune volte, anzi, sopravviverebbe molto meglio e con maggior leggerezza senza…E anche noi potremmo conservare le nostre energie per sforzi più utili. Non smetteremo di esistere se ogni tanto ci renderemo meno visibili per prenderci il tempo di fermarci un attimo a guardarci dentro e a riflettere, piuttosto che restare costantemente a pensare come apparire, come reagire, come auto-rappresentarci o come chiedere d’essere
rappresentati e percepiti. Polemiche “culturali” come quelle accennate, a mio modo di vedere, sono tanto inutili quanto
grottesche e controproducenti, se non altro perché nessuno dei punti di vista o dei presupposti a partire dai quali, o in difesa/attacco dei quali, vengono scatenate e agitate appare neppure lontanamente avvicinarsi al concetto di cultura, né sembra minimamente in grado di intercettarne le dimensioni o gli orizzonti. Esattamente come inutili e grottesche mi appaiono alcune delle reazioni che scatenano. Ho a mia volta un temperamento appassionato, che però ho sempre cercato (non in tutti i casi con successo) di declinare in un’attitudine alla problematicità, all’indagine critica. Non mi sono mai piaciute le risposte facili, semplificatorie, le banalizzazioni di problemi complessi né l’appiattimento monodimensionale di problematiche che si offrano a più punti di vista e che tendano per natura a voler occupare più dimensioni.
Ho però anche compreso da tempo che le sfumature non sono sempre particolarmente amate, che sono talora prese come segno di potenziale defezione da uno schieramento di pensiero lineare, comune, che dovrebbe vederci uniti in non si capisce bene quale battaglia, come se ogni istante della nostra esistenza dovesse essere vissuto nei termini di una
militanza partitico-ideologica e delle relative strategie. Ogni sfumatura critica rischia d’essere tacciata di relativismo, di tentativo di difendere il privilegio costituito, da un lato, oppure di mancanza di rispetto delle dovute autorità,
dall’altro.

 

 

 

L’invito a contestualizzare le informazioni che riceviamo piuttosto che ad assolutizzarle nel giudizio viene talora colto come un velato invito all’ipocrisia, invece che essere percepito semplicemente per quello che è o dovrebbe essere: un metodo per conoscere più adeguatamente ciò che si sta esaminando. La flessibilità non è relativismo, è capacità di riconoscere che, per quanto grandi e illuminati possano essere i nostri pensieri, la realtà possiede sempre molte più dimensioni di quanti ne abbiano previsti i nostri schemi e che, per quanto ogni essere umano possa essere inserito in diverse categorie, tuttavia resta anche un singolo e nessuna di queste categorie, neppure la loro intersezione, è sufficiente ad afferrarne completamente la natura. Per studi e passione mi sono occupata e, nel limite del possibile, non smetto di occuparmi di storia (relativamente al comparto antico anche di storia militare); soprattutto storia antica, classica, greca e latina, ma è del tutto impossibile studiare questi due ambiti immaginando di dividerli fra loro di o separarli dal resto del contesto nei quali erano inseriti e che era
occupato da molti altri popoli e civiltà (anche molto più antiche) su tre continenti. Come è inimmaginabile pensare che basti la propria vita per finire di conoscere veramente realtà così ampie e complesse o che un unico criterio (geografico, etnico, linguistico, culturale etc) possa da solo definire e tratteggiare un’intera civiltà – o, ancora, che tutti i criteri ricordati
possano essere sempre sovrapponibili. Amando la storia, mi piace narrarla, discuterne, condividere le mie conoscenze sperando di arricchire e arricchirmi e magari scoprire cose nuove. Di solito, tempo permettendo, rispondo volentieri a chi mi rivolge delle domande, se ho strumenti e conoscenze per farlo, mi fa piacere che ci siano persone interessate a conoscere quello che anch’io amo. A volte mi si chiedono pareri o punti di vista riguardo a notizie e controversie presenti sui
social media. Io vorrei rispondere, scherzando, che, nonostante tutto il mio amore, non sono un’enciclopedia digitale e che a volte può capitarmi d’avere qualcosa di interessante da dire, ma altre no, le mie competenze hanno tantissimi limiti e, anche se fossero maggiori di quelle che sono, è giusto che ricordi che non sempre la ricerca storica ha risposte certe e definitive
da darci. E non sempre purtroppo quest’ultima affermazione viene colta felicemente, spesso suscita delusione.

 

Apollo e Dafne, realizzato dal famoso artista Gian Lorenzo Bernini.

 

È umano interrogare con curiosità il passato e cercare di capirlo, ma non bisogna correre il rischio di voler trovare in esso a tutti i costi ciò che abbiamo deciso o che abbiamo bisogno di trovarvi. Tutto ciò che la cultura umana ha prodotto parla a tutti e tutti ne sono tanto fruitori quanto potenziali costruttori (o distruttori) e responsabili. Anche se tutto quello che facciamo, compreso setacciare il passato, viene fondamentalmente fatto in funzione del presente, sarebbe bene educarsi ad amare la ricerca del passato con il coraggio di lasciarlo andare in pace (almeno quello più remoto) e staccarsi da esso, nonostante tutto. È il solo modo per conoscerlo veramente e, se si vuole, trarne insegnamenti o riflessioni, senza forzarlo e senza “litigare” con esso. La verità è che più si torna indietro più le cose delle quali si può essere assolutamente certi sono poche, o comunque meno di quelle che vorremmo e che potrebbero rassicurarci. La ricerca non è un porto sicuro nel quale buttare l’ancora, è il mare aperto dei dubbi e delle domande che sono sempre più grandi delle risposte. Erodiamo la nostra conoscenza con fatica all’oblio del tempo, con lavoro certosino e paziente. L’ideologo ha una risposta per la quale attende una conferma e a partire dalla quale disegna il proprio mondo, il politico fa di essa tesoro per i propri programmi, lo storico ed il ricercatore hanno solo ipotesi che possono essere stravolte in qualunque momento dalla realtà, perché la realtà è più forte di qualunque istanza o idea e di solito non accetta di lasciarsi incasellare facilmente dalle idee umane, neanche da quelle buone e giuste.
Forse nella storia troveremo uno specchio di ciò che siamo, la giustificazione dei nostri ideali o delle nostre lotte, forse no, non importa.

 

 

Quando interroghiamo un certo momento del passato, soprattutto quello antico, per chiederci, per esempio, se sia stato più bianco o più nero, più misto o meno misto, più simile ad una istanza o all’altra, in realtà non stiamo andando a conoscere il passato, ma stiamo andando a proiettare su di esso la nostra ombra, l’ombra delle nostre inquietudini e delle nostre sfide e di esso ci salterà all’occhio tutto quello che conferma ciò che vogliamo trovare, mentre il resto si perderà, lasciandoci con un’immagine parziale di esso, che potrebbe apparire anche in contrasto con quella di chi ha cercato caratteri diversi dai nostri, li ha trovati ed assolutizzati, raccontandosi un mondo antico illuminato solo da quel lato, dimenticando gli altri.
Sicché la conoscenza rischia di apparire divisiva e schizofrenica.
Le nostre sono sfide sacrosante, ma non hanno bisogno del supporto e della giustificazione d’altro che di se stesse, non hanno bisogno che il passato si pieghi verso di esse a legittimarle con la propria immagine. Può capitare che lo faccia, ma potrebbe anche dimostrarsi lontano da esse. Queste sfide sono degne di esistere perché esistono. Proprio come noi non abbiamo bisogno di somigliare ad alcuno per essere degni di considerarci il centro di coscienza del nostro universo esistenziale.
Il passato può spiegarci perché siamo arrivati ad essere quelli che siamo, attraverso quali percorsi più o meno comprensibili, ma non costruisce l’immagine della nostra identità presente e futura. Perché avere un’identità significa avere radici, non limiti al nostro orizzonte.

 

 

Gesù era più bianco o più scuro?! Le antiche civiltà mediterranee erano più chiare o più scure e così via?! In che modo erano multietnici l’impero romano e la società ellenistica? Quando studio i Greci è più importante sapere che erano caucasici indoeuropei o che sentivano un particolare legame con l’Egitto, l’Africa e l’Oriente?! Quindi Black Athena o white Athena?! Quanto erano o non erano neri gli antichi Egizi? Ed il resto delle popolazioni del nord Africa? E in Medioriente? E in Europa a partire da quando siamo diventati così bianchi? Tutte domande sacrosante alle quali può essere utile trovare una risposta con la quale paragonare il nostro presente. Ma non è detto che questa risposta chiara e netta sia attualmente possibile da darsi e che, trovata, ci apra un orizzonte per il presente ed il futuro. Anche perché non sempre gli antichi si sono preoccupati di lasciarci indizi certi a riguardo. A volte lo hanno fatto, a volte no perché a loro non importava tanto quanto a noi, che abbiamo
passato secoli a costruire il mondo su questo assunto, dimenticandoci di proposito che un colore non basta a descrivere una civiltà e la sua cultura. Andare a cercare soprattutto questa, o altre informazioni, con ossessione rischia di farci trovare l’eco delle nostre inquietudini piuttosto che la vita degli antichi.

 

 

 

Quando ci si trova a discutere del passato, ci si rende conto di quanto le istanze del presente proiettino un’ombra non sempre eludibile su di esso. La storia della ricerca storica è, infatti, insieme a tante altre cose, anche una storia di queste ombre e dei tentativi umani per eluderle attraverso l’utilizzo di metodi sempre più oggettivi, scientifici, super partes, svincolati dalle teorie e dai pregiudizi dei ricercatori. È anche una storia di travisamenti ed errori. Proprio come la storia umana. “Sunt lacrimae rerum“, scriveva il poeta latino Virgilio. Le cose, gli eventi sono intrisi di lacrime. La storia non è un racconto edificante, è spesso scritta con le lacrime, i drammi, le sofferenze degli esseri umani che sono vissuti prima di noi, in tempi remoti, oppure così
vicini da toccarci e influenzare ancora la nostra esistenza con le loro scelte, le loro conquiste e i loro errori. E noi siamo in parte l’esito di questi processi. Ma siamo anche molto altro ed è nostra responsabilità presente metter in atto questo altro,
non possiamo chiedere alla storia di emendarsi per somigliarci o per aiutarci ad essere quelli che vorremmo, siamo noi che dobbiamo scrivere le prossime pagine di storia lavorando per rendere il nostro mondo un posto più desiderabile nel quale vivere. Non possiamo ridurre la cultura ad un manuale di istruzioni del perfetto progressista e neppure al terreno di legittimazioni pseudo-identitarie. Perché non è così che funziona la cultura. Soprattutto non possiamo improvvisarci censori di
qualcosa che ci è dato in prestito per la vita, ma che ultimamente non ci appartiene. Appartiene alla comunità che l’ha prodotta e alla sua storia (della quale potremmo o non potremmo essere parte) e tende, nel tempo, a diventare patrimonio dell’umanità intera. Prima che essere la cultura ad avere una responsabilità nei nostri confronti – quale?! Realizzarci, farci felici, inverare le nostre teorie, rappresentarci, farci progredire, tutelarci, restituirci un’immagine rassicurante dell’umanità?! – siamo noi ad avere responsabilità verso la cultura che riceviamo nel corso della nostra esistenza: la responsabilità di rispettarla e
preservarla.

 

 

Se abbiamo ben chiaro in mente il fatto che la cultura non ci appartiene, ma siamo noi che possiamo appartenere o meno ad essa (perché noi certamente passiamo mentre il patrimonio culturale ha più chances di noi di restare per un tempo più lungo delle nostre esistenze, se lo trattiamo bene), se sappiamo che possiamo riconoscerci o meno in essa, amarla o disprezzarla, accoglierla o rifiutarla, studiarla profondamente o trascurarla e ignorarla, conservarla o rivoluzionarla; se abbiamo chiaro tutto questo, secondo me, allora possiamo capire perché noi abbiamo il diritto e la libertà di porci come meglio crediamo nei
confronti di tutto ciò che riceviamo dal passato per mentalità, tradizione, insegnamento, comunicazione etc, ma non abbiamo il diritto di chiedere che una sola di queste cose venga a priori censurata unicamente perché non ci corrisponde, non corrisponde ai nostri disegni e valori attuali o ci offende. Potremmo avere ragione ed il contenuto presentato potrebbe davvero essere problematico e offensivo, ma potremmo anche essere noi ad avere criteri di suscettibilità un po’ troppo eccessivi o problematici. Quando parliamo di modelli culturali non dovremmo immaginare delle autorità, ma degli
elementi di confronto. Noi siamo individui, abbiamo molti diritti (e doveri), ma non quello di concepirci come
assoluti. Siamo il centro della nostra esistenza, ma non il centro del mondo o della storia. Gli usi e i costumi, le leggi, le abitudini, gli istituti sociali e giuridici, le teorie, le filosofie, le forme di pensiero e le mentalità presenti e normalizzate nel passato che oggi ci appaiono giustamente inadatte, anacronistiche, superate, selvagge, brutali, sbagliate, tremende, disgustose, disumane, discriminatorie, soffocati e chi più ne ha più ne metta, sono tali nella nostra coscienza perché attraverso un lungo processo di crescita ed assunzione di potenzialità e consapevolezza, prodotto dal cammino, anche drammatico e talora tragico, dell’umanità nella storia, abbiamo trovato le capacità e gli strumenti necessari per superarle, per rivoluzionare e mutare tutto ciò a nostro vantaggio e a vantaggio del progresso e della tutela dell’essere umano.

 

 

Non sono tali perché se, in un’età diversa dall’infanzia, qualsiasi opera, documentaristica, artistica o letteraria, apprezzabile o meno dal punto di vista estetico, ci ricorda la loro esistenza, rischiamo allora di essere colti e travolti, plagiati dalla perversione e dal male, neanche le nostre coscienze fossero argilla priva di volontà e spirito critico, ed il male fosse un morbo trasmissibile o assimilabile dalle pagine di un libro, come, per esempio, ne Il Nome della Rosa di Umberto Eco, dove chiunque avesse letto nel perduto libro secondo della Poetica di Aristotele moriva intossicato dal veleno contenuto nell’inchiosto, affinché non
potesse narrare al mondo, o anche solo al proprio vicino di desco, ciò che vi aveva letto dentro: un contenuto “pericolosissimo”, colui che allora era ritenuto la più grande autorità filosofica di tutti i tempi, l’autore della Metafisica, base di tutto il pensiero occidentale e della scolastica, che parlava di commedia, riso e licenziosità. Bene e male sono categorie che si giocano attivamente nel presente e progettualmente nel futuro. Sono anche categorie che possiamo riconoscere nel passato, ma per devozione alla conoscenza e bisogno di comprensione delle dinamiche umane nella storia non perché ci si
possa improvvisare macchine del tempo ed emendarlo.

 

EVANS MBUGUA, ASA, 2015

 

Che senso ha emendare il passato? Il passato ci spiega come mai il nostro presente è disegnato in un certo modo, come ha fatto ad essere così, quale ci appare oggi. Se lo emendassimo cosa mai potremo capire?! Se per risultare inclusivi, per esempio, cominciassimo (come già si sta facendo) a produrre solo rielaborazioni del passato dove tutto il mondo fosse simile a come ci appare attualmente o a come lo vorremmo, dopo un po’ come faremmo a percepire quali tragedie siano stati colonialismo, schiavismo, razzismo, segregazione, antisemitismo, genocidi, negazione e sostituzione etnica, linguistica e culturale e tutto il resto?! Se emendassimo ogni opera con riferimenti sessisti o modelli di pensiero patriarcali, maschilisti e misogini, se togliessimo l’omotransfobia da ogni contenuto del passato, come potremmo comprendere il valore delle nostre battaglie per i diritti?! Potrebbe esserci qualcosa di più stupido che sprecare le proprie energie vitali, fisiche, psichiche e intellettuali, per lottare per avere qualcosa che si ha sempre avuto, che tutte le edificanti narrazioni ci presentano come sempre esistito?!

 

 

Censurando il passato, tagliamo le nostre radici e togliamo valore alle nostre stesse lotte. Siamo umani, dovremmo cogliere ogni spunto come un’occasione, pescare con avidità da ogni cosa. Perché al netto di fortuiti casi di serendipity, ciascuno trova soprattutto ciò che cerca. Secondo me ci concediamo troppe regole e ci facciamo troppe poche domande, e
sbrigative, superficiali. Sicché ci dimentichiamo spesso a che scopo ci battiamo per questo o quel valore o ci identifichiamo in esso. Siamo antirazzisti perché l’antirazzismo è più umano del razzismo, che ha provocato e provoca tanta sofferenza. Se nelle nostre battaglie contro il razzismo (o qualsiasi altra forma di disumana e tossica discriminazione) diventassimo a nostra volta discriminatori, in cosa saremmo diversi da quelli cui ci opponiamo, se non nella quantità di potere a nostra disposizione?!
Se il femminismo diventasse misandria, in cosa sarebbe diverso dal più becero maschilismo?! Se la lotta alle discriminazioni subite dalle comunità lgbt+ diventasse desiderio di gogna, sanzione e cancellazione per chiunque non riuscisse a comprendere le nuove dimensioni della percezione di genere e della sessualità, in che cosa tutto ciò sarebbe diverso dal
doloroso stigma finora imposto a chi non era o non si riconosceva nel modello eterosessuale
cisgender?!

 

 

Saremmo uguali a quelli da cui vogliamo differenziarci nella sostanza e solo un po’ diversi nella qualità accidentale della nostra lotta e/o nell’effettivo potere e nello spazio d’azione a nostra disposizione. Lotta che allora dovremmo più onestamente chiamare corsa per la rivalsa o la vendetta (e magari avremmo anche le nostre più che valide ragioni per volerle e perseguirle), per l’affermazione della nostra parte, ma non corsa per la giustizia e i diritti, perché il mio ed il tuo diritto coesistono virtuosamente fintanto che non si negano a vicenda, poi diventano ragione e teatro di conflitto, non di umana crescita, né di progresso. La giustizia che si dimentichi di essere fatta per l’uomo, per tenere come centro e fine l’essere umano, la sua tutela, il rispetto della sua dignità e integrità in tutte le dimensioni possibili, e che si dichiari invece pronta a sacrificarlo e a sacrificare l’individuo, anche solo uno, in nome del proprio ideale, ha qualcosa di inquietante e distopico, che fa venire in mente immagini disumane, dalle profetiche incisioni di Francisco Goya (Il sonno della ragione genera mostri) fino ai massacri dei totalitarismi del Novecento, ha un vago sapore di potenziale regime totalitario e genocidio (almeno culturale) nel limite ultimo ed estremo della propria proiezione.

 

 

Ovviamente queste immagini inquietanti e queste terribili vicende hanno poco o nulla a che vedere con la quotidiana dose di inutili polemiche e fake news che la realtà dei social media scodella un po’ in tutte le bolle mediatiche ogni santo giorno.
Può però essere utile proiettare le proprie dinamiche di pensiero in un orizzonte di prospettive più grandi, per capire come e quanto quel modo di pensare che, se individualmente applicato a cose di poca o nessuna importanza, può tranquillamente
apparirci come un peccato veniale, una cosa quasi insignificante, se, invece, viene applicato a fenomeni e situazioni di altro rilievo da masse scontente e arrabbiate o da minoranze pericolose e ben armate può produrre danni ben maggiori.
Chi l’avrebbe mai detto, per esempio (tanto per prendere spunto dalle notizie più fresche), che teorie così assurde, da manicomio, sulle quali un individuo di buon senso non dovrebbe voler perdere un solo istante della propria esistenza, come quelle di QAnon, avrebbero potuto influenzare la politica interna di quello che attualmente è ancora il più grande impero
globale, gli Stati Uniti d’America, e spingere un nutrito gruppo dei suoi sostenitori a fare irruzione armati nel Campidoglio, il cuore politico della nazione, a seduta in corso?! Una vicenda che potrebbe presentare risvolti comici, se cinque vittime non l’avessero resa tragica e il valore di quel gesto, che avrebbe potuto portare a violenze ben maggiori, non rischiasse
di presentare tutta una serie di conseguenze e riflessi molto problematici. Noi esseri umani cerchiamo sempre di portare la responsabilità delle scelte della nostra esistenza fuori di noi, perché il senso di responsabilità, oltre certi limiti, risulta
comprensibilmente schiacciate. È dunque umano cercare di alleviarlo in diversi modi perché nessuno può immaginarsi a
lungo come il piccolo Atlante del proprio cielo e del proprio cosmo, la vita è un ultra trail, non una gara sui 100 metri piani.

 

All Colored Cast (Part III), Jean-Michel Basquiat. 1982

 

Abbiamo bisogno di appoggiarci ad idee e ideologie, mentalità e modelli culturali, identità e punti di riferimento, forme di appartenenza ed individuazione sociale per le quali codifichiamo norme di comportamento ed identificazione cui attribuiamo il compito di guidarci per il meglio. Ma dietro ciascuna di queste strutture ci siamo sempre noi, gli individui, che esistiamo in
continuo equilibrio dinamico fra molteplici tensioni e pressioni, in un rapporto dialettico mai risolto, talora propositivo e produttivo, talora riduttivo e tossico, fra ciò che siamo nel profondo e quello che agiamo nel gruppo sociale cui apparteniamo e/o verso il quale ci proiettiamo. Cosa ci rende una società, un gruppo umano, cosa fa di noi e di tutti questi nuclei degli
organi sani e vitali, in grado di garantire e sostenere se stessi e lo sviluppo degli individui
che li compongono?! E in che modo i singoli individui devono e possono muoversi ed agire virtuosamente in essi al fine di perseguire la propria realizzazione in armonia con una visione costruttiva per la società e/o il gruppo di cui sono parte?
In che misura è bene che una società si apra ed accolga, quando e quanto è giusto che muti, che accetti di cambiare, di abbandonare vecchi schemi per accoglierne di nuovi? Chi, come, quando e quanto ha il diritto e/o il dovere di farsi promotore di questi mutamenti, quale deve esserne il fine, quanto profonda e radicale è giusto che sia questa mutazione e quali e quante istanze devono essere tenute in conto a tale scopo? Chi va ascoltato e chi no? E in che misura è invece bene che individui e società lottino per mantenere saldi e conservare elementi costitutivi senza i quali perderebbero le proprie energie e la propria
anima, costruendo il vuoto?! Quali strumenti possono essere più utili a tale scopo, cosa è giusto preservare e cosa deve
essere lasciato andare, rivoluzionato? Quali atteggiamenti potenzialmente controproducenti o controversi vanno penalizzati,
sanzionati, stigmatizzati, censurati, marginalizzati piuttosto che tollerati e ascoltati, e quali no?
Quali spazi vanno concessi ed entro quali confini alla parresia e alla libertà di pensiero ed espressione?! È possibile che certe forme di libertà sfocino nel delitto, nell’incitamento all’odio, nell’aggressione, nella diffamazione, nell’ hate speech, nel bullismo, nella discriminazione, nel plagio, nella persecuzione dell’altro? Quali confini intendiamo porre fra una cosa e l’altra, in che punto fissiamo il discrimine, chi ha il diritto di tracciare questi confini?! Quando e quanto ci concediamo il tempo di riflettere su tutto ciò?!

 

 

 

Raramente, forse quasi mai perché il tempo della vita si muove sempre su ritmi più rapidi e secondo pressioni più stringenti di quelli che usa concedersi la riflessione critica. Essa è un terreno di libertà che dobbiamo conquistarci per scelta e senza paura di fare fatica, perché nessuno si preoccuperà di regalarcelo. Il pensiero critico è stato definito un privilegio per quanti siano liberi dal giogo della necessità, dallo stigma dell’emarginazione e da tutte quelle forme di pressione e discriminazione che ingabbiano la psiche e lo spirito umani. Forse in parte è anche vero, o forse, invece, il pensiero critico è proprio quel terreno, una di quelle dimensioni di libertà che nessuna forma di coercizione ed emarginazione potrà mai sottrarre ad un individuo che sia ancora presente a se stesso. Sto pensando per esempio a Nelson Mandela o a Primo Levi. E se anche fosse un privilegio, beh credo che sia meglio pensarlo come un privilegio da rendersi accessibile a tutti, non come un elemento discriminatorio da inibire in quanti lo esercitino.

 

 

Se desideriamo il progresso umano, come mai alcuni egalitarismi sembrano augurarsi che tutti possano avere meno (in termini di strumenti culturali) invece che immaginare come dare a tutti gli strumenti e la libertà per procurarsi il meglio, per scegliere in esso ciò che si sente più adeguato a sé, per essere validi costruttori e attori dei processi culturali?! Nessun essere umano nasce mai realmente completamente libero dai vincoli entro i quali la propria fisicità, in termini soprattutto di salute, le proprie condizioni materiali, sociali, storiche, culturali ed economiche lo pongono. Alcuni individui e comunità sono più fortunati di altri e vengono concessi loro molti strumenti per realizzarsi; altri hanno la possibilità di darsi da fare per cambiare e migliorare la propria condizione; altri ancora sono confinati in essa da strutture sociali e barriere culturali e/o giuridiche ed economiche che impediscono loro di raggiungere condizioni migliori; altri, infine, sono costretti a lottare ogni giorno per la propria sopravvivenza e non hanno tempo di proiettarsi in visioni differenti da quella che vivono. Anche avere la possibilità di esercitare un pensiero critico, di acquisire una conoscenza raffinata possono essere visti come parte dei privilegi di quanti abbiano tempo e risorse per permetterselo. Avere la possibilità di conservare e trasmettere il proprio patrimonio culturale è un privilegio che non sempre è stato concesso a tutte le società e le civiltà della terra, anzi è stato talora programmaticamente negato – al colonialismo, per esempio, si sono spesso accompagnati fenomeni più o meno gravi di imposizione e sostituzione, in estrema istanza di genocidio culturale (una realtà ancora in corso in alcune aree del mondo).

 

 

Elaborare e trasmettere il proprio patrimonio culturale dovrebbe in teoria costituire un diritto naturale dell’essere umano, ma più volte nella storia questo diritto è stato palesemente calpestato. Tutto questo non significa però che pensiero critico e approfondimento culturale non possano essere desideri o capacità e potenzialità insite in chiunque. Esistono dunque dinamiche che vanno interrotte, costrutti oppressivi che vanno smantellati, completamente rivoluzionati, muri che vanno abbattuti, confini e limiti da superare senza tornare indietro. Esistono e sono quelli che impediscono agli esseri umani di vivere in salute e sicurezza, di preservare la propria incolumità e la propria dignità, di avere diritto a costruire e crescere una famiglia, progettando un futuro di benessere e stabilità; sono quelli che impediscono di cercare prospettive migliori per la propria vita, di muoversi liberamente per il mondo, di ottenere le dovute cure se malati, di ricevere un’adeguata istruzione ed aspirare ad un lavoro giustamente tutelato e retribuito, di esprimersi liberamente, di vivere in società sicure, realmente democratiche ed egalitarie, senza discriminazioni di qualsiasi genere. Fondamentalmente è ciò che viene sancito anche dai principi della nostra costituzione! Ma sappiamo bene che fra principio sancito e realtà a volte ci sono preoccupanti spazi di vuoto, se non nella norma, almeno nella mentalità delle persone. Mentre perdiamo tempo a censurare ed emendare il passato, come sta il nostro presente, che prospettive abbiamo per il futuro? Quelle di continuare a bacchettare ogni sospiro di tono dissonante che ci capiti di captare o quelle di seguitare a definire confini di identità che risultino barriere contro l’altro?! Oppure vogliamo davvero qualcosa di meglio?!

 

 

Il Falso Specchio, Rene Magritte. L’ambiguità del paradosso visivo è rafforzata dal titolo: l’iride è lo specchio del cielo che l’occhio vede o tutto il dipinto è un grande occhio spalancato nel cielo?

La storia dell’umanità è storia di evoluzioni e cambiamenti, talora di rivoluzioni, non è mai un percorso quieto, è fatto di continue rielaborazioni non sempre pacifiche, spesso anche traumatiche o disorientanti, ciò che mai non muta è il suo fluire senza soluzione di continuità. Quando si cercano nuove dimensioni e un nuovo linguaggio culturale ogni tanto fuoriescono
anche singhiozzi inconsulti. Occorrono pazienza e buonsenso e la capacità di non infervorarsi troppo per ogni cosa.
Spesso ci innamoriamo delle nostre idee tanto da dimenticarci di sottoporle ad un robusto vaglio critico. Dovremmo essere noi stessi, per primi, a esercitare l’onestà intellettuale di trasformarci talora in severi giudici delle nostre stesse visioni del mondo.
Questo atteggiamento potrebbe forse non portarci a nulla, potrebbe persino renderci inquieti, ma almeno ci aiuterebbe ad essere maggiormente aperti e disponibili ad incontrare le eventuali critiche altrui.

 

 

In un mondo di tuttologi improvvisati e di pseudo-ideologi rigidi e bigotti o di istrioni da cabaret che si improvvisano guru della cultura, ogni tanto le persone competenti o animate da sincero amore per la conoscenza tendono a sentirsi disorientare e stanche, non prese sul serio, percepite quasi come estranee e nemiche delle semplificazioni più in voga. Tendono a
loro volta a chiudersi in una propria bolla e a perdere il contatto con la realtà. In molti ambiti la cultura tende ad essere immaginata o ridotta ai termini di una serie di esempi edificanti nei quali il tempo non ha dimensione, le sfumature sono nemiche dell’evidenza dei colori e nel quale va bene solo ciò che ci somiglia. Invece che educare la nostra anima ed il nostro spirito ad espandersi, sezioniamo e selezioniamo ciò che ha il diritto di entrarvi o anche semplicemente di provare a bussare alle sue porte. Se non vediamo noi stessi, esattamente come siamo oggi o come vogliamo o pensiamo di dover essere rappresentati, in ciò che leggiamo, ascoltiamo o guardiamo, lo emendiamo, lo censuriamo, lo odiamo perché è nostro nemico, è pericoloso, ci nega, non ci somiglia. Se poi l’avevamo preso a modello e oggi siamo cambiati lo accusiamo d’essere un ignobile traditore, di averci mentito, confuso e plagiato, di avere contribuito ad emarginarci. Noi siamo assoluti. Non importa quanto recente o fragile ed esclusivo sia il nostro assoluto. O la realtà ci somiglia o ci accusa. Se non è del nostro colore, se non possiede le nostre sfumature, le nostre dimensioni, se non pensa come noi, se non vota come noi, se non ama come noi, se non prega come noi (e se prega, o se non prega), se non scrive poesie codificate secondo i termini che conosciamo noi, se non compone musica secondo i nostri ritmi, se non abita i nostri confini, se non guarda il mondo con i nostri occhi, se non conosce i nostri orizzonti, se ci ricorda un tempo nel quale i nostri valori non erano ancora maturati, se ci butta in faccia il dolore che abbiamo subito e quello che abbiamo inferto, se è contraddittorio, se non è facilmente comprensibile ed etichettabile, se non segue una certa autorità, se non è moderatamente edificante… dobbiamo allontanarlo, riscriverlo, negarlo, magari cancellarlo, emarginarlo, segregarlo, metterlo da parte come qualcosa che sia passato di moda, evitare di presentarlo
a chi stimiamo come un parente imbarazzante, come uno scheletro nell’armadio.

 

 

E passiamo su ogni singolo caso con la stessa sensibilità di uno schiacciasassi. Lo facciamo se siamo fanatici suprematisti o razzisti della porta accanto ed il mondo attorno a noi non è abbastanza bianco per i nostri gusti, per le misure e le esigenze del nostro supposto privilegio, ma lo facciamo anche se è troppo bianco per i nostri gusti, perché se è bianco deve essere stato o prepararsi ad essere per forza razzista, pronto a discriminarci, estraneo, anche se si tratta del prodotto di una civiltà esistita secoli prima della codificazione del razzismo moderno. E lo facciamo con qualsiasi definizione sia troppo oltre l’orizzonte del vero che noi riteniamo possibile o accettabile. Perché è buono solo il colore nel quale possiamo ritrovarci, giusta è solo l’immagine che può rifletterci – e assolutamente solo nella nostra taglia, altrimenti ci nega la possibilità di essere
come siamo o vogliamo vederci. Perché siamo ossessionati dal volere solo ciò chi ci somiglia. E chiamiamo questa pretesa giustizia, civiltà. Forse qualcuno dovrebbe spiegarci la differenza fra giustizia e prepotenza, fra molteplicità di visioni e imposizione del nostro modello, tra incontro e rapina, tra condivisione e appropriazione culturale. La civiltà europea ha una lunga tradizione in tal senso, è abituata da secoli ad imporsi e ad imporre il proprio modello a tutto il resto del mondo.
Non perché sia intrinsecamente superiore (anche se ha lungamente pensato di esserlo, prima di misurare i propri fallimenti in due guerre mondiali, e in parte ancora si concepisce come tale) né peggiore o più iniqua e perversa delle altre. Semplicemente perché ad un certo punto della storia ha avuto gli strumenti per immaginarlo e farlo. Ora il resto del mondo comincia a muoversi e a presentarle il conto, mettendone in discussione gli ideali ed i modelli, giustamente stanco d’essere sfruttato, negato, discriminato e messo in secondo piano.

 

 

È dunque giusto che, indipendentemente dalle cogenze storiche prossime venture, la civiltà europea, occidentale e bianca si disponga per forza e amor di giustizia a rinunciare alla propria cultura per saldare i pesanti debiti contratti col resto del mondo, per rispondere alle nuove realtà multietniche della globalizzazione che essa stessa ha contribuito a delineare,
per risultare accogliente, integrante, rispettosa e multiculturale, non discriminatoria, è giusto che smantelli a poco a poco dai palinsesti delle proprie istituzioni educative e dai vari curricula scolastici, universitari e accademici tutto ciò che è troppo bianco ed occidentale per far posto al multiculturalismo? È davvero questo ciò che i movimenti delle minoranze chiedono o è soltanto ciò che paventano le proiezioni apocalittiche di quanti temano che la cultura occidentale sia sotto
continuo attacco?! È davvero questo ciò che desidera il resto del mondo o è solo l’aspirazione molto ben urlata di qualche fanatico rappresentante di minoranze rumorose e prepotenti (trasversalmente presenti in tutte le categorie e in tutti gli schieramenti)?! Sono davvero l’arte, la letteratura, il teatro, la filosofia, l’architettura, la musica dell’occidente
ad essere tossici e discriminatori, ad aver prodotto e giustificato razzismo, colonialismo, schiavismo etc?

 

E allora perché sono comunque tanto belli?

 

Come belli sono quelli di altre culture, che sarebbe bene conoscere, studiare, apprezzare,
valorizzare. Davvero le statue di Michelangelo e del Bernini, le opere del Botticelli o di Raffaello sono troppo bianche per risultare inclusive (forse il marmo di Carrara è razzista, le Apuane sono montagne discriminatorie?!) e studiarle ed ammirarle va contro la necessaria rappresentazione di una società multietnica e accogliente?! E allora perché sono belle? È forse anche la bellezza una colpa ché col suo potere seduttivo ci fa interiorizzare modelli esclusivi? Omero, Dante, Shakespeare, etc come osano essere tanto belli e così controversi? Come osano far trasparire da versi e battute tanto seducenti e narrazioni così avvincenti guizzi di esplicito maschilismo, di misoginia, di antisemitismo, islamofobia, omofobia, integralismo
cattolico e così via? Come possono i nostri occhi e le nostre orecchie accettare di contaminarsi con simili diaboliche letture?! Non è tempo di fare piazza pulita di tutte queste “tossine” e liberare le nostre menti, svuotandole da tutti questi assunti, lasciandole pure, libere ed essenziali come quelle di un bambino?! Le società dell’individuo puro, del bambino eterno, mi fanno paura. Coltiviamo la rabbia che ci costruisce nuove censure. Quindi decidiamo di recuperare lo svantaggio, discriminando il futuro per non essere più discriminati come in passato o per spegnere il timore di poter essere i nuovi discriminati.

 

 

Lungo il percorso forse svilupperemo anche noi il “privilegio” di diventare impositivi come chi in passato ci ha relegato ai margini della società o di sentirci schiacciati come quanti abbiamo emarginato fino all’altro ieri. Troppo bigotti per ammirare la bellezza nuda e disturbante di ciò che è moralmente imperfetto eppure comunque meravigliosamente mirabile. Omero ha solcato i secoli, noi siamo nati ieri. È più semplice censurare che cercare di conoscere e comprendere. Proprio come stare ancorati nel porto è più semplice che solcare il mare color del vino sulle nere navi o levare l’ancora, aprire le vele e affrontare i venti del destino.

 

La metafora non è casuale.

L’ultima polemica culturale, in ordine di tempo, riguardava, infatti, l’Odissea, questo antiquato mattone “trash”, propinatore di maschilismo tossico, che sarebbe bene rimuovere al più presto possibile dalle opere che le coscienze adolescenziali sono costrette ad interiorizzare durante l’apprendimento scolastico. Vuoi mai che le ragazzine plagiate dalle narrazioni del cieco di Chios passino i prossimi venti anni a filare e tessere pepli interiorizzando un modello patriarcale e misogino… Credo che in tal caso l’importanza e la portata del “pericolo” di rimozione siano stati abbondantemente sovrastimati, ma tant’è: la rete amplifica anche quelle voci che potrebbero più utilmente perdersi nel rumore di sottofondo o forse chi si è espresso ha dato parole ad un sentimento più diffuso. Solo il futuro potrà dircelo.

 

 

 

Per quanto mi riguarda sono stanca di polemiche sterili, piuttosto che lasciarmi trascinare dal loro flusso preferisco rispondere in modo creativo e ricordarmi, per esempio, nel caso in esame, perché studio e amo l’Odissea. Inoltre, anche l’analisi della posizione della donna nel mondo antico e dei riflessi della misoginia ellenica sui ruoli e nelle rappresentazioni del mondo femminile sono oggetto di analisi e studio. E rappresentano una delle tante occasioni per dare profondità storica ai
valori femministi. Anche in questo senso i Poemi Omerici possono, volendo, essere un’occasione, non sono un ostacolo. Ma chi ama la conoscenza vede risorse ovunque. Chi ha paura, si sente fragile o ha una mentalità chiusa vede solo nemici o cose da censurare. Odisseo è una metafora dell’umano (una delle tante). È l’uomo dal multiforme ingegno, colui che ha percorso molte vie, l’uomo provato dal destino, colui che ha il dono di un intelletto versatile, tale da permettergli di attraversare i rovesci della sorte, ed è anche colui che dal travaglio della sorte è stato affinato e reso saggio, accorto, prudente e scaltro. Nelle sue peripezie risuona in parte il tema del “πάθει μάθος”, pathei mathos (Eschilo, Agamennone).
È la conoscenza che si ottiene attraverso la sofferenza e la prova. Soffrendo, viaggiando attraverso le prove della vita, l’uomo prende coscienza di ciò che è, si conosce, affina le proprie doti, e comincia a guardare negli occhi il destino che lo trascina.
Odisseo è un eroe terribilmente umano e controverso, non un santo né semidio, talora si dimostra persino un arguto bastardo, altre un saggio valoroso e pio; è un uomo in viaggio tra forze divine che lo ostacolano e lo proteggono, lo frenano e lo guidano alla meta, lo confondono e lo illuminano, lo perseguitano e lo salvano misericordiose. E tutto ciò che Odisseo desidera non è l’immortalità; è semplicemente tornare nel luogo dal quale mai avrebbe voluto partire: la sua patria, la sua Itaca, dove sorge il suo palazzo, la piccola petrosa isola di cui è signore e dove lo attende da anni la sua famiglia.
[…] molti dolori patì nell’animo suo andando per mare” per conquistarsi “τε ψυχὴν καὶ νόστον”, “te psychèn kai nòston”, cioè
la vita – il respiro della vita – ed il ritorno.

 

 

L’Odissea è il poema del viaggio, il nostos (il ritorno) per eccellenza. Non si viaggia tanto per andare da qualche parte, ma per tornare al luogo cui veramente si appartiene, per essere e restare vivi. Non esiste viaggio senza meta, la meta è l’orizzonte di ogni viaggio; ma la dimensione del viaggio supera quella della meta stessa e diventa l’accadere di un tempo senza tempo, nel
quale ogni tempo si riflette e verso il quale è attratto, come calamitato: il tempo eterno del mito, del racconto abitato dalla presenza del divino, del multiforme mistero che respira nel mondo, sotto le apparenze effimere della natura e delle sue forze, ora dolci, ora tremende. Il mito è lo specchio di una civiltà, delle sue memorie, dei suoi valori, è la rielaborazione dei
suoi archetipi; il riflesso di tutto ciò che di controverso e di meraviglioso la contraddistingue. Fate tacere i miti, smettete di narrarli e cantarli e toglierete voce e anima ad una civiltà, la condannerete all’inania, all’oblio di se stessa. Odisseo è lo specchio della sua operosa, instancabile, controversa, multiforme e antica civiltà, una civiltà sempre in viaggio, letteralmente e metaforicamente; una civiltà che navigando fra tutte le proprie contraddizioni ha saputo coltivare e dare forma plastica, immagini concrete e parole alate alla bellezza. Una bellezza capace di affascinare, di attraversare i secoli e trascinarli con sé nei propri canti. Una civiltà, quella ellenica, che ha per orizzonte ed autentica dimensione il mare con i suoi moti, le sue coste ed i suoi approdi, le sue ricchezze e le sue sfide, le sue conquiste e le sue tragedie. Odisseo è la proiezione dell’antico mondo ellenico e dei suoi itinerari. Ed è l’ipostasi del viaggio e della prova. Per questo la sua figura non ha mai smesso di essere rielaborata dall’immaginario poetico dei secoli a venire; da Dante, a Pascoli, a Kavafis fino a Joyce mille volte Odisseo ci ha
spronati a non fermarci, ma a seguire “virtute e canoscenza” (Inferno, XXVI, 120) e ad amare ogni singolo mattino d’estate che l’avventura del viaggio della vita vorrà donarci (Kavafis, Itaca).

 

 

 

I Poemi omerici sono un lessico di immagini indispensabili per comprendere questa civiltà cui il mondo occidentale (ma non solo quello) si ostina, non senza ragione, a richiamarsi, ma che non aveva affatto il volto dell’occidente moderno. Tutte le potenze europee moderne hanno fatto della cultura ellenica una delle bandiere della civiltà europea ed il suo sostrato, oppure un metro di confronto (non trascurando di riempire i propri musei con opere che ne hanno decretato la fama, sottratte in periodo ottomano e coloniale). Hanno talora preteso di descrivere gli Elleni come fossero stati dei nordici proto-tedeschi o
anglosassoni (cioè, nel lessico distorto dei tempi, come portatori della civiltà “superiore”) senza accettare il fatto che l’indoeuropeo potesse anche sentirsi mediterraneo e non per forza teutonico (e non sapere neppure cosa ci fosse più a nord del Rodano); e – perché no?! – li hanno considerati ideali della democrazia americana (in un continente di cui neanche
conoscevano l’esistenza, benché uno dei loro studiosi l’avesse intuita); hanno persino sporcato la bellezza ellenica sugli infami manifesti nazifascisti della razza, salvo poi chiedersi, qualche decennio più tardi, se Athena non fosse un po’ anche black, quando la cosa ha cominciato ad apparire più conveniente. Perché, come detto, se sulla conoscenza della storia non proiettiamo le nostre ombre e i nostri mostri o le nostre lotte, temiamo di perderci e di navigare senza mai buttare l’ancora.
Gli antichi Elleni non erano santi né perfetti. Erano una società antica, lontana da noi, patriarcale, talora profondamente maschilista e persino misogina, erano mercanti e navigatori, strateghi e legislatori, filosofi, poeti, artisti e scienziati, indomiti guerrieri, sì, ma anche mercenari e attaccabrighe, in alcuni casi furono così orgogliosi di se stessi da risultare fastidiosamente sciovinisti e discriminatori, definivano “barbaro”, cioè “balbuziente”, chiunque non parlasse la loro lingua (in realtà per lungo tempo una serie di dialetti) o non andasse loro a genio, combattevano continue guerre fra loro, furono brutali, ebbero schiavi e per un certo tempo anche regni e un tentato impero.

 

Poi divennero dei conquistati, furono le masse di schiavi deportati dalle loro terre saccheggiate e defraudate delle ricchezze e delle opere più belle, ma riuscirono a diventare i maestri dei loro stessi padroni e, a poco a poco, la loro cultura realizzò per essi quello che a tutti gli effetti appare come un paradosso, se paragonato alle consuete dinamiche imperiali. Accettarono di adeguarsi alle istituzioni romane, ma non furono loro, vinti, ad assimilarsi ai vincitori; furono i vincitori ad assimilarsi culturalmente ai vinti, assorbendo la loro cultura, la loro arte e la loro scienza, imparando la loro lingua e lasciando che scrivessero le loro storie. Ci sono casi in cui la storia ci mostra che persino il consueto rapporto di sopraffazione fra vincitori e vinti può assumere forme differenti rispetto a quello che ci ha proposto il colonialismo europeo moderno, facendoci credere che fosse l’unico possibile. A volte anche i vinti possono scrivere la storia, dipende da tante cose e anche da come i
vincitori guardano ad essi. Abbiamo esaltato e preso a modello questi antichi perché pensavamo ci somigliassero, ora siamo disorientati perché abbiamo scoperto l’acqua calda (anzi salata, visto che di mare si tratta): avevano valori spesso inconciliabili con i nostri e, incredibile a dirsi, le loro opere d’arte, le sculture, i grandi complessi architettonici, che noi abbiamo sempre immaginati solo e soltanto di puro ed etereo marmo bianco o rosato, erano spesso coloratissime, vitali, sensuali.

 

 

Gli Elleni ebbero per un certo tempo un’identità etnica ben definita, ma poi una parte di loro si mescolò con le popolazioni del medioriente fino all’India, dove divennero buddisti e si incontrarono e scontrarono con i cinesi, ed alcuni si mescolarono anche con elementi delle popolazioni del nord Africa.
Sicché la nostra idea di immacolata perfezione classica è costretta a rapportarsi con l’evidenza di una società e di un’arte in movimento, piena di realismo, naturalismo e passione, piena di diversità. Non è imperfezione, è vitalità. Gli antichi, gli uomini del passato spesso non ci somigliano quanto vorremmo. Le loro opere, che pure, per certi aspetti ancora parlano alla nostra anima con una freschezza e un’immediatezza che aggiornate riviste contemporanee potrebbero non essere in grado di offrirci, recano con sé anche l’evidenza di questa disturbante diversità. E allora buttiamoli via, Omero e tutti quelli che l’hanno seguito, fino all’altro ieri, mettiamoli in soffitta a fare la muffa, liberiamoci di questi antichi modelli così imbarazzanti per noi che
viviamo nella luce della giustizia…

 

Facciamo come nei secoli in cui l’Europa aveva smarrito tutto ciò, mettiamoli all’indice come faceva l’Inquisizione con i libri controversi, bruciamo i libri come fecero i nazisti e come fanno i Talebani. Facciamo un bel rogo delle vanità come ai tempi del Savonarola. Oppure studiamo solo le civiltà indigene (perché i Greci non hanno diritto ad essere considerati indigeni delle loro terre?!), ché erano più pure. Ah no, ops. Aztechi e vicini sacrificano centinaia di prigionieri ai loro dei per placarli. Che imbarazzo! Come si potrà fare allora? Potremo mai studiare la storia senza indignarci e riempire di disclaimer le nostre bacheche social?! Ci toccherà fare tabula rasa di tutto ciò che sia stato scritto, detto, costruito fino all’anno scorso onde non trovare valori in disaccordo con i nostri?! O forse no?

 

Forse l’occidente non dovrebbe rinunciare a se stesso e a tutto il proprio patrimonio culturale, dovrebbe anzi preservarlo sempre meglio, ma imparare finalmente nuove forme di apertura ed umiltà, potrebbe imparare che amare la propria cultura significa tenersela cara, insegnarla bene, tramandarla senza tormentata di censure, non sventolarla come vessillo identitario o simbolo di pretesa superiorità ed esclusione dell’altro. Forse, senza censurare se stesso, il mondo occidentale potrebbe accettare di dare spazio e voce anche all’altro?! Certo per farlo dovrà misurarsi onestamente con le proprie responsabilità passate e presenti. Potrebbe imparare che valorizzare l’altro è un modo per valorizzare anche se stessi, non per negarsi, che non significa smettere di essere protagonisti della propria storia, ma darle dimensioni e orizzonti più ampi, essere più vari e colorati? Forse è “semplicemente” la propria unilaterale pretesa di primato culturale la struttura che dovremmo accettare di mettere in discussione ed eventualmente abbattere, imparando finalmente ad immaginarci in dialogo con una molteplicità di culture differenti, ma di pari dignità e valore (ammesso che le altre culture siano ancora disponibili al dialogo)?!

Volente o nolente accadrà, l’occidente sarà forzato a mettersi in discussione, perché il mondo cambia, continua a cambiare ed evolvere. Ed è giusto che sia così, anche se non sempre i cambiamenti sono favorevoli. E allora è forse meglio preparare se stessi al cambiamento piuttosto che imputarsi in inutili dogmatismi, che, benché su schieramenti differenti, sono in realtà l’uno lo specchio dell’altro, l’altra faccia della stessa medaglia: l’estremizzazione delle proprie posizioni. Attualmente ci sono estremizzazioni più pericolose di altre, lotte più urgenti di altre. Ma l’orizzonte è sempre al di fuori di esse. L’orizzonte è l’essere umano da valorizzare, non il nemico da abbattere – se parliamo di cultura e intendiamo darle dimensioni adatte al multiculturalismo e, più in generale, alla ragione umana. Perché naturalmente tutto dipende da come guardiamo a noi stessi e all’umanità e da che idea di cultura abbiamo.

 

Photo by Turgo Bastien through Wikimedia Commons.

L’umanità ha da sempre infiniti colori che in ogni epoca si incontrano (scontrano!) e mescolano in modo differente.
La dinamica che sottende tutte le possibili mescolanze, culturali e non, di qualsiasi tempo, per quanto diverse, è parte profonda del nostro essere umani su questa terra. Se per riproduci dobbiamo mescolarci vuol dire che per natura siamo destinati ad essere misti, non importa in che grado e quanto lontane e diverse siano le culture dei nostri genitori.
Siamo uno perché siamo il prodotto della mescolanza e della selezione di due patrimoni genetici e attraverso questi due di moltissimi altri. Questa è la legge della vita degli esseri umani sulla terra. Sembra banale chiudere arrivando a parlare di amore, il prezzemolo scontato di ogni discreta argomentazione che abbia esaurito altre risorse. L’amore non spiega e non vince tutto, altrimenti non saremmo qui a scannarci fin dalla notte dei tempi e a tormentarci con infiniti conflitti.
Non spiega tutto, però dà alcune risposte o almeno l’energia per cercarle. Perché, infatti, dovremmo difendere o tutelare qualcosa o qualcuno che non ci offra un ritorno di tangibile convenienza immediata?

Forse per amore.

Alla fine si difendono aspetti della propria cultura, senza voler fare di essa un modello esclusivo, sostanzialmente perché la si ama e non si può immaginare di farne a meno. Amo profondamente la mia cultura, posso metterla in critica mille volte, ma non accetterò mai di vederla bannata o censurata. Allo stesso tempo non capisco perché mai dovrei trasformarla nel terreno di rivendicazioni identitarie contro l’altro per rifiutare la sua (dire che fa parte della mia identità significa che costruisce me, non che è lì per negare valore all’altro) oppure al contrario, perché dovrei censurarla per fare spazio alla sua. Non possono coesistere entrambe? Non possiamo confrontarle, fonderle, liberamente imparare o almeno tollerarci? Quando si rinnova e si mescola, la cultura non si contamina come se del fango si aggiungesse all’acqua limpida, si arricchisce e si accresce. Cosa c’è di più bello che continuare ad avere ciò che si ha sempre avuto e aggiungere del nuovo? Con la libertà, non
l’obbligo di farlo. Società e forme di pensiero che si strutturino per aut/aut o per percentuali sono rigide e soffocanti.

 

Preferisco le somme ed un modello et/et.

 

Diversi elementi che trovano il modo di convivere e, se necessario, se lo desiderano, di unirsi. Ciascuno di noi è presente nella vita secondo molte dimensioni, che si risolvono tutte nel suo essere un io in rapporto con il mondo e con l’altro. Ci sono urgenze della vita, sia individuale che sociale, che hanno una dimensione culturale che è anche politica. Con politica non intendo il complesso e ammuffito balletto delle cariche istituzionali, dei partiti, degli uomini di potere e dei loro galoppini, delle intricate trame da raggiungimento e mantenimento delle poltrone e dei privilegi connessi – immagine che ormai istintivamente si attribuisce alla politica, svilendone il valore più autentico e il senso dell’esistenza delle
istituzioni. Politico per me è l’atteggiamento di chiunque consideri il proprio essere nel mondo non solo in termini di individualità, ma anche come coscienza di essere parte di una società (che non è detto debba identificarsi con i confini di un singolo stato) verso la quale si nutrono responsabilità, sia in termini di mantenimento delle sue strutture, che di innovazione,
rivoluzione e cambiamento. C’è l’ormai troppo sfruttata etimologia greca di “politica”, che ne sottolinea il collegamento
col verbo “politeuein”, e la derivazione dal termine “polis”, cioè comunità cittadina, città (allora la città era uno stato con relativa costituzione) con tutte le sue istituzioni e i suoi abitanti; il verbo significa dunque “agire da cittadino, agire per il bene comune”. Chi, a qualunque livello, anche stimolando dibattiti culturali che servano a riflettere sulle urgenze del presente e le prospettive del futuro, si muova in questo modo nella società, fa politica, anche se non si iscriverà mai ad un partito né aspirerà mai ad alcuna carica. La dimensione politica e quella culturale si incontrano, confrontano e scontrano
continuamente quando a tema ci sono il presente ed il futuro.

 

 

Il passato è passato, va conosciuto e studiato (anche giudicato e accusato, se necessario) perché spesso ci spiega come mai ci ritroviamo un certo presente e non un altro e perché senza passato non abbiamo dimensioni (quindi mai cancellarlo), ma ha poco senso spendere energie a emendarlo. Da cosa? Noi viviamo adesso, è adesso che i cambiamenti hanno senso. In una democrazia dove tutti valgono uno, per esempio, quando si vota – in altri ambiti il peso comincia a cambiare perché c’è comunque chi vale troppo e chi non è neppure considerato – il tema della cittadinanza vale tutto. È normale che una società tuteli i propri fondamenti chiedendo ai nuovi venuti di dimostrare di poterne fare parte in modo costruttivo, ma è assurdo che esistano individui che contribuiscono in tutto e per tutto ad una società, che sono di fatto integrati da anni o che sono proprio nati in quel paese e quindi siano da sempre di fatto dei cittadini, che non abbiano diritto ad essere riconosciuti come tali secondo la legge ed a partecipare attivamente, per esempio votando. Chi costruisce la civitas è di fatto un cittadino, che i suoi avi abitino “la città” da 3000 anni o che vi siano giunti da altre terre alcuni anni prima.

 

 

Si parla tanto di integrazione in Italia, ma di fatti se ne fanno pochi. In una democrazia è normale che esista una dinamica fra maggioranza e minoranze e che la maggioranza sia numericamente più rappresentata delle minoranze. La maggioranza, anche
istituzionalmente, esercita il potere finché resta tale, ma non è un potere assoluto perché la rappresentanza parlamentare democratica racchiude anche tutte le minoranze riconosciute, che parlano, propongono, si muovono accanto alla maggioranza interagendo con essa. E tutto questo dovrebbe essere specchio della società. Creare barriere che impediscano un rapporto fluido fra maggioranza e minoranze accende antagonismi non buoni, ma tossici, promotori di corto-circuiti che non portano a nulla di buono. Un po’ di antagonismo serve, ma in termini di sfida reciproca al miglioramento, non in
termini di rifiuto. Perché il rifiuto genera conflitto e il conflitto lacera una società, non la costruisce. Dovremmo sentirci responsabili delle divisioni che le nostre posizioni rischiano di creare nelle società in cui viviamo.

 

 

Dividere e distruggere è semplice e veloce, chiunque può farlo.
Costruire ed unire è, invece, opera complessa per coraggiosi. Se non ci sentiamo in grado di far parte del gruppo dei costruttori, impariamo almeno ad avere l’umiltà di vivere e lasciar vivere gli altri.

 

 

Non è un invito all’indifferenza, ma ad accettare i nostri limiti e la possibilità che l’altro scelga di non somigliarci, anche se vive accanto a noi. Anche il passato è altro, altro rispetto al presente. Qualcosa di esso potrebbe somigliarci, molto altro ci apparirà invece drammaticamente diverso. Proviamo ad imparare qualcosa da chi ci ha preceduto, dalle cose eccezionali che ha fatto e
anche dai suoi errori e smettiamola di indignarci se scopriamo che anche personaggi problematici oppure proprio moralmente riprovevoli, secondo la nostra visione moderna o, talora, anche secondo quella dei loro tempi, hanno qualcosa da insegnarci.
Abbiamo costrutti etici così fragili da temere che possano spezzarsi e dissolversi ad ogni soffio di letteratura?!
Se siamo capaci di rapportarci solo con discorsi assertivi e monodimensionali, dobbiamo accusare la nostra pochezza, non la qualità morale del passato. E se proprio qualcosa ci è indigesto, abbandoniamolo. Lasciamolo lì, forse dopo di noi passerà qualcun altro che lo troverà bello oppure utile. Tutto sommato, non è un peccato preferire un porticciolo tranquillo alle sfide del mare aperto.

 

È un peccato pretendere che tutti amino le medesime rotte e gli stessi climi.

 

 

Autrice  Marbet Rossi. 

 

Mabert Rossi

 

Sono nata il 7 maggio 1977 a Melzo in provincia di Milano e fra Milano e provincia sono cresciuta e ho trascorso la maggior parte della mia esistenza. Ho viaggiato per alcune delle più classiche destinazioni italiane ed europee (non molte, per la verità), ho trascorso diversi periodi a Roma, ho visitato più volte la Grecia e le coste della Turchia, ho vissuto per alcuni anni con la valigia e lo zaino sempre pronti accanto al letto, cambiando più volte casa o pensionato prima di tornare a vivere nel posto in cui sono cresciuta, nella stessa casa in cui era cresciuta anche mia madre da bambina, la vecchia casa dei ferrovieri, presso la stazione del mio paese, ereditata dai miei nonni materni dopo la loro morte.
Sono stata educata a pensare che fra le cose più preziose da acquisire ci fosse la conoscenza. Ho sempre amato con passione lo studio e mi sono innamorata prestissimo della cultura classica attraverso gli eroi omerici che hanno accompagnato la mia immaginazione fin dall’infanzia, fin dal giorno in cui mio padre mi regalò una versione illustrata di Iliade ed Odissea. Da allora quelle storie non hanno mai smesso di accompagnarmi. Dopo la maturità classica ho conseguito la laurea magistrale in Lettere Classiche, con indirizzo in archeologia e storia dell’arte greca e romana, presso l’Università degli Studi di Milano. A parte brevi momenti di incertezza e ripensamento, ho sempre portato avanti il progetto di diventare archeologa e ricercatrice, per cui ho continuato gli studi di specializzazione, ma il mio percorso accademico a quel punto non è più stato lineare, ho dovuto interromperlo più volte per motivi personali e familiari e sono stata infine costretta ad abbandonarlo per trovare un lavoro a tempo pieno. Ho lavorato per anni per diverse catene di abbigliamento, sportivo e casual. Non ho più cercato di tornare a far parte del mondo dell’università e della ricerca, ne sono distante ormai da tempo, ma non ho mai smesso di amare e, per quanto possibile, di studiare arte e storia o di interessarmi all’archeologia.

 

 

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