Tra rappresentanza e rappresentazione

Di Luisa Wizzy Casagrande

SponsoredNebua World

Questo articolo è stato originalmente pubblicato nel primo numero di #WeAreNebua, il magazine di Nebua World  / Testo di Luisa Wizzy Casagrande / Fotografie di Giulia Zhang, Dorin Mihai e Claudio Maria Lerario – Ayzoh! / Hanno collaborato Aida Aicha Bodian, Federica D’Alessio e Massimo Modesti.


Siamo tutti plasmati dalle nostre esperienze e dalle nostre percezioni. Le nostre opinioni sul mondo sono definite da ciò che vediamo e che sentiamo. Fin dalla nascita siamo inseriti in contesti familiari, linguistici, di genere e in micro-narrazioni collettive.

È proprio la narrazione il veicolo per la reciproca conoscenza e il dialogo, ma anche per il riconoscimento di sé, che avviene attraverso l’acquisizione della consapevolezza di ciò che siamo: esseri unici e irripetibili. Attraverso la narrazione riusciamo a interrogarci sulla nostra identità e a rielaborare il senso della nostra esistenza scindendo la realtà dall’immagine che abbiamo di quella stessa realtà.

La rappresentazione di sé è quel sistema di convinzioni, aspettative, valori che ci costruiamo nel corso del tempo, in relazione a noi. Il modello educativo ricevuto, l’identificazione con i genitori o con altre figure, le influenze del contesto sociale… tutto questo concorre a formare un insieme di schemi che utilizziamo per dare un senso alle esperienze della nostra vita. Sono idee e pensieri su come dovremmo comportarci, valori religiosi, etici o politici, convinzioni sul mondo e sugli altri. A un livello più personale, più intimo, troviamo abitudini e modi di essere che riguardano la gestione delle emozioni, gli atteggiamenti, l’immagine che si desidera avere agli occhi degli altri. Tutto ciò viene messo in confronto con la rappresentazione di sé.

Succede, però, che nella società in cui viviamo si crei una sorta di dicotomia in cui il “noi” si deve contrapporre, per forza di cose, agli “altri”. Quel “noi” rappresenta quello che si percepisce come la “norma” e che è, generalmente, eterosessuale, cisgenger, bianca, classe media, cristiana, e con tradizioni culturali occidentali. Questa visione viene determinata come “l’essere umano universale”. Tutti gli altri vengono razzializzati, genderdizzati, sessualizzati.

Quando parliamo di “etnico” o “esotico”, vogliamo sottintendere che non sono bianchi e occidentali. Questo uso distorto delle parole, di solito, accade involontariamente perché è un prodotto del nostro pregiudizio implicito generato dai valori culturali e modi di essere che abbiamo assorbito nel tempo. Ed ecco che, fuori dalla norma a cui siamo abituati, si creano disparità poi catalogate sotto il termine di “diversità”, “marginalizzazione”, “emarginazione” o “minoranza”.

Qui nasce il problema di come dar voce a queste categorie. Per trovare una soluzione ci si rifugia nel concetto di “rappresentazione”, nozione radicata in un’idea umana molto semplice, dove le persone si vogliono vedere raccontate come tutti gli altri, in tutte le situazioni per creare un senso di appartenenza e di affermazione della propria esistenza nella società.

I media non possono riflettere la società, se la società non è riflessa nei media.

Narrarsi è un processo piuttosto lungo. Dobbiamo trovare, innanzitutto, le parole per definire noi stessi, poi le dobbiamo proporre al mondo. Il web si è dimostrato uno strumento utilissimo per i soggetti marginalizzati per costruire una narrazione della diversità. Narrazione che ha trovato parole proprie e dinamiche costruite da chi, quelle vite e quei corpi, li ha sempre abitati. Di chi ha dovuto subire le parole — spesso ostili — degli altri.

La rappresentazione di sé è spesso condizionata dai mezzi di comunicazione, dal cinema, dalla letteratura, dall’arte e, oggi, anche e soprattutto dall’avvento dei social network. Le identità si formano guardando lo sport, i film, la TV, i videogame, la musica e Youtube. Sono tutti mezzi che vanno ben oltre il semplice intrattenimento: allestiscono una sorta di “visione delle possibilità” di ciò o di chi possiamo diventare.

Nel corso della storia contemporanea, i media hanno controllato l’immagine che abbiamo di noi stessi e, nell’era della tecnologia, stiamo diventando sempre più colpiti dall’impatto di ciò che consumano i nostri occhi e le nostre orecchie.

I social media hanno reso più semplice la possibilità di creare i nostri contenuti e scegliere quali vogliamo consumare. Di conseguenza, alcuni di noi hanno trovato le comunità e le voci in cui identificarsi. Io, come donna dalla pelle scura, per esempio, non ho più la sensazione che la mia bellezza non sia socialmente accettabile, perché ho creato la mia comunità in cui mi sento autorizzata ad autodeterminarmi come meglio mi aggrada.

Per molte altre persone, invece, non è così. Sfortunatamente, i media sono diventati ancora più pervasivi nelle nostre vite. Le menti giovani e fragili sono ancora più attaccabili. Dal nostro risveglio ai nostri ultimi pensieri notturni, a causa dei nostri smartphone ci facciamo costantemente divorare dai media: gli effetti sono mortali.

In una cultura in cui Instagram e Facebook hanno sostituito riviste e quotidiani, le persone sono costantemente bombardate, nel palmo delle loro mani, da immagini che poco hanno di reale. E, poiché le aziende attingono sempre più all’influencer marketing, sfruttando il potere dei social media, una rappresentazione veramente diversificata sarebbe davvero importante.

Affinché le persone si sentano incluse, dobbiamo stare attenti a non sostituire uno standard di bellezza con un altro e lavorare per demolire del tutto gli standard omologanti. Ecco la necessità di sottolineare l’importanza della diversità nella rappresentanza veicolata dai media — e dall’industria culturale in genere — in tutti gli ambiti in grado di influenzare la costruzione e la determinazione di sé.

E qui, quando parliamo di “diversità”, ci riferiamo chi si distingue per genere, sessualità, etnia, religione o condizione psicofisica. Qualcuno è più discriminato di altri: coloro che appartengono a minoranze “visibili”, come i Rom e le persone di origine africana hanno maggiori probabilità, rispetto ad altre minoranze, di essere vittime di discriminazione multipla, ossia di essere discriminati per più di un motivo. Questo tipo di esperienza può inoltre essere più probabile in presenza di fattori socioeconomici, come un basso livello di reddito.

Ci sono intere aree di studio dedicate al tema della rappresentazione e alle conseguenze dell'”annientamento simbolico”, un termine coniato nel 1976 dai ricercatori George Gerbner e Larry Gross. Nel loro studio si afferma che “la rappresentanza nel mondo fittizio significa esistenza sociale; assenza di rappresentanza significa annientamento simbolico”: in parole povere, non puoi essere ciò che non puoi vedere o ciò che non è riflesso nel mondo.

Questa assenza di rappresentanza, o sottorappresentanza, viene spesso accompagnata dal largo uso di stereotipi. Il risultato dell’invisibilità o del ritratto negativo delle minoranze nei media è la negazione della loro esistenza nella società. Tutto ciò ha lo scopo di mantenere la disuguaglianza sociale attraverso l’omissione, la banalizzazione e la condanna. Una forma di sottile violenza che nega la legittimità di un’identità.

Rappresentazione vs diversità.

Per capire a fondo il fenomeno della rappresentazione di una minoranza in ambito culturale e nel campo dell’intrattenimento, diventa fondamentale chiarire il concetto di “diversità” e quello di “rappresentazione”.

La “diversità” abbonda in ogni cultura. Nella rappresentazione di una minoranza si parla di “diversità culturale”, cioè di tutti quegli elementi che le persone usano per determinare le proprie differenze. Questi attributi includono fattori demografici (come razza, genere ed età) così come valori e norme culturali. Spesso la diversità culturale si confonde con il multiculturalismo, nella quale vari gruppi etnici collaborano o dialogano insieme senza sacrificare le loro identità.

Prendendo come esempio il mondo dell’intrattenimento, si verificano situazioni di discriminazione quando: una figura storica nera viene interpretata da un bianco; un film viene nominato senza una reale speranza di vincere un premio (Black Panther); quando, nonostante i meriti, non viene nominata una donna come miglior regista o, ancora, quando vi è una totale mancanza di minoranze etniche tra le nomination agli Oscar (vi ricordate la campagna antirazzista attraverso l’hashtag #OscarSoWhite, in cui si riaccendeva la discussione sulla rappresentanza delle minoranze etniche nel mondo del cinema e dello spettacolo?).

Sempre in ambito culturale e di intrattenimento, la rappresentazione, invece, è il modo in cui una persona viene descritta. Poiché risulta difficile mostrare l’aspetto di una persona nella sua interezza, si fa gran uso di stereotipi: cliché o opinioni precostituite e semplicistiche che non si fondano sulla valutazione personale dei singoli casi ma che si ripetono meccanicamente.

Le persone possono essere rappresentate e classificate in molti modi diversi, tra i quali spiccano:

Età/Adolescenti: comportamento antisociale, irrispettoso, non si curano delle loro famiglie o della scuola.

Anziano: smemorato, indifeso, dipendente, gentile.

Sesso/Genere: donna = madre, debole, dipendente, oggetto sessuale. Uomo = Isolato, solo parte di una famiglia a causa del loro contesto.

Identità regionale: scozzese = ubriaco, violento, indossa il kilt; Italiano = chiassoso, gesticolatore, passionale, petulante; nigeriano = truffatore, con la musica nel sangue, chiassoso, ride sempre.

Classe/Stato sociale: opposizione tra ricchi e poveri; classe operaia = comunità non istruite, spesso aggressive; classe media = famiglia borghese istruita; aristocrazia = finanziariamente stabile, affascinante, riservata e ben educata.

Abilità/Disabilità: la disabilità è raramente esplorata dai mass media tuttavia, quando succede, i disabili sono spesso pietosi, vittime, coraggiosi, ridicoli, deboli.

Etnia: afroamericani = violenti, potenzialmente criminali; mediorientali = terroristi, atleti, donne non istruite, religiosi; asiatici = sofisticati, istruiti, emozionalmente carenti, determinati; bianco dell’ America Latina = istruito, arrogante, razzista; nero dell’America Latina = pigro, drogato, sex symbol.

Sessualità: eterosessuali = la norma, monogami, famiglia nucleare; omosessuali = gli uomini gay sono femminili, le donne lesbiche sono aggressive, portatrici di AIDS, non possono avere figli; bisessuali = confusi, insicuri, promiscui.

Attraverso queste rappresentazioni vediamo una visione limitata e distorta degli altri. La rappresentazione non indica la realtà oggettiva, ma la percezione della realtà sia di chi produce quel prodotto, sia del target a cui il prodotto si rivolge.

La rappresentanza, invece, è diversa. La rappresentanza è fondamentale per la cultura. Ogni volta che qualcuno si vede riflesso, significa che fa parte della storia nazionale, che conta, che è valorizzato e si sente rappresentato. La rappresentanza è ciò che accade quando sullo schermo vengono raffigurate persone provenienti da ambienti diversi come fosse la norma e non come fosse un’eccezione.

La rappresentanza è quando ci sono componenti di un determinato gruppo nelle stanze di scrittura, sul set e nelle sale della critica, con il potere di prendere decisioni e finanziare progetti. La rappresentanza consente storie autentiche; diverso, invece, dal fare affidamento su stereotipi e cliché.

Viviamo in un periodo di grandi proteste, di scelte forti e contestate riguardo i contenuti da censurare o contestualizzare, di richieste di cambiamento e accuse di “dittatura del politicamente corretto”, e tutto questo ha un unico filo conduttore: la rappresentanza, appunto, primo passo per l’accettazione, per la comprensione del mondo.

Rappresentazione delle minoranze etniche.

La rappresentazione delle minoranze etniche non è solo una questione numerica: non basta, cioè, creare personaggi “etnici”. È un problema che presenta una varietà di sfumature che riguardano anche la qualità della rappresentazione. Oltre ad aggravare le tensioni razziali, la cancellazione e le rappresentazioni negative delle persone nere, per esempio, possono influenzare negativamente il modo in cui vedono sé stessi.

L’esposizione televisiva prolungata a queste “lacune”, prevede una diminuzione dell’autostima per tutte le ragazze e per i ragazzi neri. Queste differenze sono correlate ai pregiudizi razziali e di genere. Hollywood spesso considera solo gli uomini bianchi come eroi, mentre cancella o subordina altri gruppi come cattivi, aiutanti o oggetti sessuali.

Lo stesso vale per l’assenza, o la carenza, di minoranze etniche nei libri per ragazzi. Una loro rappresentazione distante dalla realtà può avere effetti molto concreti sul modo in cui i ragazzi vedono sé stessi e il mondo che li circonda, e la relativa scarsità di autori non-bianchi può avere impatto sulle aspirazioni dei più giovani: se adeguatamente rappresentati, potrebbero essere molto più motivati a impegnarsi per costruirsi la vita che vogliono.

Non basta: anche quando c’è visibilità quelle rappresentazioni sono spesso unidimensionali, stereotipate o negative. Ad esempio, uomini e ragazzi neri sono sistematicamente rappresentati negativamente nei notiziari o nei programmi di intrattenimento. Molte immagini di uomini di colore sono legate alla criminalità o alla povertà e le rappresentazioni positive sono spesso limitate allo sport e alla musica. I neri sono rappresentati come criminali, mentre i bianchi sono più spesso indicati come vittime di crimini. Benché la realtà ci dice che la maggior parte dei crimini avvenga tra membri dello stesso gruppo razziale, i media esagerano la prevalenza del “crimine nero” rispetto a quello bianco.

Quindi non basta inserire, in un film, personaggi neri, omosessuali, e così via, per avere una rappresentazione adeguata. Basta infatti interrogarsi su come questi personaggi vengono inseriti nella storia: sono personaggi rilevanti o una semplice spalla del protagonista bianco ed etero? Hanno una tridimensionalità, una storia autonoma e un carattere proprio, oppure l’unica caratteristica che rappresenta la loro ragione di essere è quella di appartenere a una determinata categoria?

Per questo è importante che nella realizzazione di un personaggio appartenente a una determinata categoria marginalizzata siano coinvolte persone appartenenti a quella stessa categoria: in questo modo la scrittura non si basa su stereotipi ma su esperienze dirette; si passerà dal parlare di qualcuno a parlare con qualcuno; si potrà anche fare ironia senza essere offensivi e, soprattutto, si avranno personaggi più realistici e qualitativamente più interessanti.

Smantellare un sistema discriminante è difficile ma la cultura popolare può essere un veicolo fondamentale per promuovere rappresentazioni più sfumate e per rendere normale l’ascolto di tutte le realtà che compongono una società.

Come gestire le rappresentazioni problematiche create in passato.

Come comportarsi dinnanzi alle opere del passato — in cui non vi era alcuna attenzione verso questi argomenti — che oggi vengono bollate come razziste o comunque discriminatorie?

Fino a non molti anni fa era normale adottare pratiche come il racebending (quando un attore non-caucasico viene ingaggiato per interpretare un personaggio che fino a quel momento era stato rappresentato come bianco), il whitewashing (la pratica di rendere caucasici personaggi che, nel canone, non lo sono) o la più bistrattata blackface, una pratica razzista nata con i minstrel show, spettacoli comici in cui degli attori bianchi si dipingevano il volto esasperando le caratteristiche fisiche degli afroamericani, che venivano così derisi.

Il caso di Via Col Vento è l’emblema più eclatante di questo ultimo periodo e ha diviso l’opinione pubblica in coloro che condannavano il film (e il libro) chiedendone la censura e in coloro che, invece, trovavano eccessive tali richieste. è fuori discussione che questa opera, del 1939, sia molto importante per capire i valori di un periodo profondamente razzista, con una rappresentazione dello schiavismo decisamente problematica.

Se è vero che la Storia è soggetta alla reinterpretazione e rivalutazione del passato, significa che il giudizio storico muta e si evolve nel tempo: nessuna opera può essere quindi considerata intoccabile. La Storia, da che mondo è mondo, è scritta dai vincitori, quindi contestualizzare quel film portando come giustificazione il fatto che nel 1939 la schiavitù non era vista come un problema, è inesatto; la verità è che, all’epoca, i neri non avevano abbastanza potere da poter fermare o modificare una tale produzione. Potere che in parte oggi hanno, e che ha permesso alla piattaforma HBO Max di rimettere il film in catalogo accompagnato da un’introduzione che spiega tutto ciò.

è una presa di responsabilità, un piccolo gesto: fa capire che tutte le voci vengono ascoltate e hanno un peso. Questo è un traguardo importante, un supporto a una visione critica del film e un invito al dibattito, cosa naturale in un processo storico.

Offesa o ironia?

Non è facile comprendere la linea di confine tra ironia, offesa e razzismo. Il valico di questa linea non si manifesta solo con azioni eclatanti ma anche con tanti piccoli atteggiamenti e micro-aggressioni che fanno parte di un sistema nel quale siamo ancora immersi.

Non è facile capire se si sta ridendo con qualcuno o di qualcuno, ma quando si viene biasimati su un nostro atteggiamento ritenuto razzista, sarebbe importante fermarsi e cercare di ascoltare e capire chi certi gesti li subisce, provare a mettersi nei loro panni ed empatizzare con questo sentire.

Bisogna comprendere che, se ci risultano tanto fastidiose le proteste, è anche perché ci costringono a riflettere, ci mettono in una posizione scomoda e ci costringono a chiederci fino a che punto facciamo parte del sistema che magari noi stessi consideriamo sbagliato. Tagliare corto il discorso dicendo che “non si è più liberi di scherzare” non è l’atteggiamento giusto; cercare di assumersi la responsabilità nel momento in cui si risulta offensivi è il modo più empatico per andare incontro all’Altro.

Rappresentanza e istituzioni.

Tutt’oggi la quota di figure minoritarie in ruoli di leadership, in tutte le aree delle nostre istituzioni, rimane bassa. Quando le figure minoritarie non sono rappresentate nel governo, nell’istruzione, nella sicurezza pubblica e nella sanità, esse rimangono inascoltate. Le loro preoccupazioni rimangono senza risposta e noi — come nazione — non progrediamo: il perché dovrebbe essere facile da capire.

Rappresentare le minoranze in tutti gli aspetti dell’economia garantisce la crescita economica e il progresso sociale per tutti. L’istruzione e la sensibilizzazione della comunità rimangono i deterrenti più potenti contro i pregiudizi razziali. Una migliore formazione sulla diversità, insieme alla creazione di ambienti di lavoro più diversificati, possono aiutare ad alleviare e migliorare le tensioni nelle scuole, negli ambienti di lavoro e nelle nostre città.

Garantire la rappresentanza — e il conseguente ascolto — delle minoranze in tutti i settori della società vuol dire favorire il progresso, l’uguaglianza e la sicurezza dell’intera comunità oltre che delle minoranze stesse.

Bambini e rappresentazione.

Nella scuola e nell’istruzione, in generale, la problematica si fa molto più importante e determinante. Ogni giorno, i bambini di etnia minoritaria vengono educati senza vedersi rappresentati nel piano di studi o nell’ambiente in cui vivono e crescono. Entrano in classe e sentono parlare della grandezza degli altri (le conquiste, i contributi artistici, etc)… poi si guardano allo specchio e si dicono: “A dove appartengo? Che cosa hanno realizzato quelli come me?”.

L’editoria, in quanto mezzo della trasmissione culturale, dovrebbe avere la responsabilità di utilizzare il potere che possiede per comunicare un messaggio diverso e svolgere un ruolo nella coesione sociale, oltre che a garantire che i diritti dei bambini siano rispettati. Però, in Italia — Paese con una ricca tradizione di letteratura per l’infanzia — è difficile trovare libri in cui possano identificarsi minoranze etniche, religiose e altre identità emarginate.

La teoria dell’apprendimento sociale spiega come i bambini imparano osservando e imitando gli altri. Questo vale anche per il senso di appartenenza, un fattore molto importante perché riguarda l’attaccamento emotivo, il sentirsi “a casa”, al sicuro.

Inoltre, la rappresentazione positiva supporta anche la formazione di un’identità positiva. Il bambino costruisce la propria identità attraverso le storie che racconta a se stesso e agli altri su chi è, l’orgoglio per la propria cultura d’origine e la consapevolezza di avere lo stesso valore degli altri bambini. Oltre a proteggere la loro salute mentale questi sono tutti fattori direttamente collegati a dinamiche sociali più ampie e ai processi di inclusione ed esclusione sociale.

La rappresentazione nella fotografia.

Un tempo si diceva che il compito più nobile del giornalismo (di qualità) era quello di essere il “cane da guardia del potere”. Quando rafforza chi il potere già lo possiede, quando non riesce a riflettere le strutture diversificate delle società, quando restituisce colpevolmente o acriticamente una falsa rappresentazione delle minoranze… il giornalismo abdica al suo ruolo e diventa direttamente responsabile. I media hanno una grande responsabilità nell’alimentare le distanze sociali che già separano i diversi gruppi.

Le cose cambiano poco nel mondo della fotografia. Il valore di una fotografia va oltre la rivista, il giornale o la pagina web in cui è inserita: entra a far parte di quel racconto del mondo che si genera collettivamente e che, con il tempo, diventa documento storico. Affinché questo racconto sia il più possibile onesto è necessario che anche i fotoreporter siano consapevoli delle carenze del loro settore e della loro diretta responsabilità nella costruzione di un futuro più inclusivo.

Ho chiesto ai fotografi di Ayzoh! — l’organizzazione, che ha creato #WeAreNebua, specializzata in progetti editoriali per piccole comunità resilienti e/o marginalizzate di tutto il mondo — quale sia, in Italia, il vero rapporto, oggi, tra la rappresentazione e la fotografia. Ne è uscito un quadro davvero esaustivo e interessante.

In Ayzoh! — mi dicono quasi in coro Giulia Zhang, Claudio Maria Lerario e Dorin Mihai, co-fondatori dell’organizzazione — siamo perfettamente consapevoli di come le minoranze siano scarsamente e malamente rappresentate dai e, soprattutto, nei media mainstream italiani.

Noi per primi vogliamo redazioni più inclusive dove ogni tipo di opinione e diversità possa essere raccontato da chi i problemi li vive direttamente sulla propria pelle.

Ma, su quello, il nostro potere di cambiamento è nullo. Noi possiamo solo parlare di ciò che facciamo: delle immagini che creiamo, dei reportage che produciamo o delle pubblicazioni di cui siamo direttamente responsabili. Qui parliamo quindi di rappresentazione e fotografia dal punto di vista di chi ha creato la gran parte dei contenuti visuali di questa pubblicazione.

La fotografia è un linguaggio: come tale, è soggettiva. Essa non restituisce la verità assoluta: chi sta dietro a una fotocamera offre una visione dei fatti che è sempre parziale. Ogni immagine riflette quindi solo la realtà che possiamo o che scegliamo di mostrare.

Anche dal punto di vista dello spettatore, del lettore o del fruitore delle immagini, l’essenza stessa del termine “rappresentazione” implica una visione differenziata e una pluralità di interpretazioni. Il termine “corretta rappresentazione”, semplicemente, indica qualcosa che non può esistere.

Questo perché la “rappresentazione” — di fatti, individui, gruppi sociali e culture — oltre a non essere mai neutrale, può essere influenzata da infiniti fattori tra i quali l’atmosfera politica, sociale e culturale di un particolare periodo storico.

In questo periodo storico il concetto di “rappresentazione” è influenzato da quello di “identitarismo”: un’ideologia che non fa altro che replicare un loop ombelicale dove non c’è spazio per altro che non sia il proprio sé, di cui gli altri sono soltanto un’estensione (*).

Ayzoh! segue una visione opposta. Abbiamo scelto di abbracciare uno stile narrativo che tenta di restituire un’idea antica e universale: quella di una “comune umanità”, formata da molteplici identità in costante evoluzione e interconnesse tra loro.

Allo stesso tempo, prendiamo le distanze dai cliché che girano intorno al mondo dello storytelling: non diamo voce ai “senza-voce”: non esistono, tutti hanno una voce. Esistono solo i discriminati, i repressi e gli inascoltati. Inoltre, con il nostro lavoro non vogliamo “to empower” o “rappresentare” nessuno: sarebbe arrogante e ingenuo il solo pensarlo.

L’unico nostro dovere è quello di raccontare — con i mezzi che abbiamo e dal nostro punto di vista — la complessità del mondo e le sue contraddizioni, facendo tutto il possibile per restituire una immagine dell’Altro nella sua concretezza, nella sua dignità, nella sua diversità, nella pienezza della sua storia individuale e collettiva.

Nella fotografia — soprattutto in quella documentaria o di reportage — il rispetto per l’Altro è il confine invalicabile. Al di fuori di esso non ci dovrebbero essere limiti e tanto meno ci dovrebbe essere posto per le identity politics: pur se possono avere un certo peso per quanto riguarda l’accesso a determinati luoghi o situazioni, etnia e genere sono totalmente ininfluenti dal punto di vista di una interpretazione della realtà che sia il più possibile onesta e svincolata da cliché e stereotipi.

Si può senz’altro giudicare un lavoro dal punto di vista del messaggio che trasmette, dell’estetica o della tecnica utilizzata. Farlo però su basi identitarie è sempre sbagliato. Lo sguardo è sempre e solo determinato dalla sensibilità di chi racconta oltre che dal suo grado di empatia, dalla sua storia individuale, dalla sua esperienza sul campo, dalle capacità tecniche, dai fini che persegue e dalla conoscenza del contesto in cui opera.

La prova? Le fotografie di #WeAreNebua sono state scattate da un gruppo eterogeneo di persone appartenenti a diversi generi ed etnie. Forse, chi sa chi siamo, riuscirà a riconoscere l’autore dal particolare stile di ognuno di noi. Però, sfidiamo chiunque non ci conosca a guardare le immagini e a determinare con certezza origini, colore o genere di chi le ha realizzate.

Riflessioni finali.

Non posso che essere totalmente d’accordo con la visione dei fotografi di Ayzoh!. Come tutti i media, anche la fotografia ha un enorme potere.

Ma questo potere è troppo spesso utilizzato per promuovere idee pericolose che incoraggiano pratiche sociali oppressive e disumanizzanti verso i gruppi emarginati oppure che quasi ci impongono di guardare con occhi distorti le realtà minoritarie, esotificandole e stereotipandole a scopi denigratori.

Non sempre questo è fatto in malafede: purtroppo, alcuni addetti ai lavori non hanno ancora capito che, ancora prima di provare a raccontarle, bisogna essere capaci di ascoltare e comprendere le storie di persone, luoghi e comunità.

Il confronto e la convivenza tra diverse culture è destinato a caratterizzare, in modo sempre più incisivo, il futuro delle nostre società e, quindi, delle nostre vite. Questo vuol dire che ogni difetto di empatia e attenzione verso l’Altro può potenzialmente danneggiarci tutti.

Al di fuori dei circuiti mainstream molto si sta già facendo per promuovere politiche di convivenza e di inclusione ma l’attivismo movimentistico e il volontarismo solidaristico — pur avendo un ruolo di “avanguardia” — non possono essere sufficienti.

Lo sforzo per realizzare, in modo consapevole e strategico, prospettive diverse da quelle dell’universo total white deve essere fatto da tutti i soggetti sociali coinvolti nella sfera pubblica, in particolar modo dagli addetti ai lavori nei campi della cultura e dell’informazione.

Lo scenario futuro ci obbliga a cambiare un sistema difettoso — che trae profitto dallo status quo — rammentandoci che siamo tutti responsabili delle parole che usiamo così come delle immagini che scattiamo e diffondiamo nel mondo.

Luisa Wizzy Casagrande


Fotografie di Giulia Zhang, Dorin Mihai e Claudio Maria Lerario – Ayzoh! / Hanno collaborato Aida Aicha Bodian, Federica D’Alessio e Massimo Modesti / Grazie a Leica Camera Italia.


Questo articolo è stato originalmente pubblicato nel primo numero di #WeAreNebua, il magazine di Nebua World, una progetto che supporta le iniziative — imprenditoriali, sociali, creativi e personali — delle donne afrodiscendenti / Nota: alcune parti dell’articolo sono state rieditate per meglio adattarle al formato di questo post.

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