Il dono di un’anima illuminata. Sapersi Sentire liberi.

Oggi conosciamo una persona davvero speciale, globalizzata e globalizzante: Claudio Maria Lerario, Co-Fondatore di Ayzoh!

La mia vita è sempre stata costellata da grandissime imprese, storie importanti, tragedie indelebili ed emozioni forti. Non può essere diversamente per tutte le persone nate, cresciute e vissute ai confini delle proprie molteplici identità ACQUISITE. E si impara, strada facendo, che tutto ciò che ci capita, dalle circostanze che si manifestano alle  persone che incontriamo, accadono per formare noi stessi, per illuminare il  sentiero che stiamo percorrendo, per esercitarci sulle modalità di vivere le esperienze, positive o negative esse siano, e, infine, per erudirci sugli insegnamenti da trarre da ogni singola esperienza.

 

Nella mia vita, ho sempre dato immenso spazio al viaggio tra le persone, in grado di trasmettermi le emozioni più grandi, nonostante ami la strabiliante bellezza della natura che mi circonda. Le persone sono una fonte inestimabile di ispirazione, di riflessioni a cui attingere e di sentimenti in cui la fragilità della connessione emotiva riesce a creare una durata, una lunghezza dialogata con ciò che si vive, stabilendo un legame ed un rapporto profondo e facendoceli vivere con intensità.

In questa stessa vita, sperimentiamo un via vai di esseri umani in cui le connessioni, in alcuni casi, si sfiorano, in altri si intrecciano più profondamente, fino a scendere nell’anima, travolgendola, ed a volte, sconvolgendola.

Personalmente, ho incontrato persone meravigliose, che ho imparato a conoscere senza pregiudizi, altre talmente “brutte” da sconvolgermi l’esistenza in un sussulto, alla disperata ricerca di una pace ristoratrice (e riparatrice) da orrende frequenze vibrazionali. Eppure, ambedue, hanno sempre svolto la loro funzione educativa, pur preferendo quelle che, per me, erano le persone speciali.

 

Già.. le persone speciali … quelle che io amo pensare, chiamare, definire, vivere come  anime illuminate, che, con la loro energia, splendono nell’oscura notte della vita che spesso ci ritroviamo ad attraversare. Quelle anime che ti entrano dentro, quelle che arrivano dritte al cuore senza prendere scorciatoie e che spesso non abbiamo il tempo di coltivare, perchè impegnati a rincorrere chimere inutili di cui ci riempiamo la vita. Sono persone che ti capiscono al volo, senza troppe domande, che rispondono, senza chiedere, e che incontrano la nebulosità dei tuoi pensieri per mescolarla, con naturalezza e senza tensioni, con la loro. Sono anime meravigliose capaci di regalarti, con un gesto o una battuta, quella serenità e quel sorriso che spesso fai fatica a regalare ad uno sconosciuto. Sono quelle persone che non ringrazierai mai abbastanza per averle incontrate sul tuo cammino.

 

Claudio è una di queste anime illuminate. Mi sono letteralmente innamorata della sua lunga e turbolenta vita e di come ha saputo farne tesoro. Di come riesce a vedere il buono in persone a cui non avrei dato un solo penny e di come sa far tesoro della propria esperienza.

 

L’ho intervistato per voi, perché so che tra di voi vi sono molte anime illuminate, terrorizzate nel tentare di disfarsi dal proprio bozzolo e della propria corazza da “duri e puri”. E so che la sua esperienza di vita è (e sarà) di grande ispirazione per molte persone, soprattutto tra chi, meticcio, mixed, bi-multiculturale e/o mulatto, si ostina a volersi schierare con un senso di identità che nulla a che fare con l’essere prima una persona. Quindi, chi tra di voi avesse pensato, anche per una sola frazione di secondo, alla sua “inutilità” su un blog di persone miste, desidero rammentare che SIETE/SIAMO, prima persone, anime, entità dalle energie vibrazionali inspiegabili, e poi, FORSE, siamo le etichette che amiamo tanto appiccicarci addosso!

Ciao Claudio! Sommo ed immenso è il piacere di averti qui. Grazie di cuore per condividere il tuo prezioso scrigno con noi. Allora…Chi sei?

 Sono Claudio Maria, nato a Genova, dove ho vissuto fino a 16 anni. Fino a quell’età ho avuto una vita normale: il mio regno erano i vicoli del centro storico, un luogo unico al mondo che — me ne sono reso conto solo dopo — ha avuto un’influenza enorme su tutto ciò che ho vissuto in seguito.

Ho iniziato a fotografare già da giovane, con una vecchia fotocamera russa: i miei interessi erano soprattutto l’umanità che abitava quei vicoli e i viaggi. Il mio primo “reportage” lo feci a 13 anni: presi il treno da solo e andai — senza documenti — a fotografare il Carnevale di Nizza, in Francia.

Nel 1978 mio padre morì e, improvvisamente, tutto cambiò. Perdemmo la casa, non c’erano più soldi e, per oltre un anno, abbiamo vissuto grazie alla colletta fatta dai colleghi di mio papà e agli aiuti di una confraternita religiosa: anche questo influenzerà moltissimo alcune scelte che farò molti anni dopo.

Dopo un anno mia madre si trasferì a Bari, dove viveva la sua famiglia. Là ebbi il mio primo “shock” culturale: vissi questo cambiamento come un secondo lutto e solo dopo qualche anno la perdonai per avermi portato via dai miei vicoli. Abbandonai la scuola e iniziai a vivere per strada o nelle case di persone appena conosciute.

Continuai a fotografare e imparai anche a sviluppare e a stampare le mie foto infiltrandomi, con la complicità del custode, nella camera oscura di un complesso universitario. Mi procurai una macchina fotografica migliore e con quella feci il mio primo “reportage sociale”: era dedicato a un gruppo di ragazzi che vivevano per strada. Andai a vivere insieme a loro, dormendo sotto le barche da pesca capovolte sulla spiaggia di Molfetta. Mi innamorai del mare.

Pur avendo abbandonato la scuola, mi piaceva studiare. Non avevo soldi per i libri, quindi li rubavo dalle librerie: li leggevo, li riportavo indietro, ne prendevo altri. In un anno lessi decine di libri: Hesse, Rimbaud, Baudelaire, Bukowski, Miller, Fromm, Remarque, Camus, Sartre… chiunque mi aiutasse a capire l’essere umano e le sue varie faccettature. Grazie a un libro — “Icebird” di David Lewis — che presi quasi per sbaglio, mi appassionai anche alla letteratura di mare. Decisi che dovevo assolutamente vivere di fotografia e di viaggi.

Nel 1980 la mia vita subì un nuovo stravolgimento. Mio padre fu “sfrattato” dal cimitero di Genova. Mia madre trovò un posto per lui a Bari, ma non c’erano soldi per effettuare il trasporto regolare delle ossa. Si decise che dovevo andare io a Genova per prenderle in qualche modo e trasportarle illegalmente. Fu facile: andai, convinsi il custode a chiudere un occhio, misi la cassetta di zinco nel mio zaino e ripartii.

Sul treno del ritorno incontrai Sabrina, una ragazza che era un misto di origini di Marocco, Grecia, Italia e Francia. Era la ragazza più bella che avessi mai visto e — con papà nello zaino (lei non lo ha mai saputo) — me ne innamorai.

Tornato a Bari e, lasciate le ossa, mi procurai i soldi per una bicicletta e partii per Atene, dove Sabrina viveva. Passai qualche giorno insieme a lei ma poi decisi di proseguire il viaggio fino a Istanbul.

Iniziò la mia vita nomade. Da allora ho sempre cercato di unire le mie due passioni: viaggiare, fotografare l’umanità e immergermi nelle sue contraddizioni.

Viaggiai per due anni in tutta Europa. Presi la patente nautica  e iniziai a lavorare sulle barche a vela in Croazia e in Grecia. Quando non trovavo un imbarco cercavo lavoro nella raccolta della frutta in Emilia Romagna o in Trentino.

Era l’epoca dei grandi concerti rock. A uno di questi (Dire Straits), sotto un nubifragio, conobbi Monika. Mi prestò un telo per asciugarmi e… La raggiunsi a Tübingen, in Germania, vivendo con lei, per sei mesi, in una comune femminista. Fu là che trovai il coraggio di mostrare le miei fotografie agli altri e a vendere le mie prime stampe fotografiche.

Mi arrivò la chiamata per la leva militare e dovetti tornare in Italia, a Milano. La mia natura anarchica non è mai scesa a patti con quella vita e finii, per insubordinazione, in una caserma punitiva. Là incontrai anarchici, legionari disertori, testimoni di Geova, persone che avevano commesso qualche tipo di crimine.

Quella che doveva essere una punizione si rivelò una benedizione. Imparai a relazionarmi, senza possibilità di fuga e non senza problemi o “dure lezioni”, con individui tanto diversi, sia da me che tra loro. Anche in questo mi aiutò tantissimo l’esperienza dei vicoli di Genova, luoghi molto poetici ma dove non si andava tanto per il sottile.

Finito il periodo di leva ripresi a viaggiare. In Francia, a Chablis, conobbi Carmen, una ragazza spagnola di origini ungheresi. Andai a vivere un anno con lei a Valencia dove trovai lavoro nell’industria della Fallas. Quella esperienza aggiunse un altro tassello alle mie passioni: studiare i riti tradizionali dei popoli e la loro influenza nelle comunità contemporanee.

Premessa: in terza media, la professoressa d’inglese mi diede un giornale, Ciao 2001, che aveva una pagina dedicata a chi cercava “amici di penna” all’estero. Scelsi tre nomi, tutte ragazze, e iniziai a mandare cartoline. Una di loro era norvegese, Mette. Mentre continuavamo a vivere le nostre vite, ci siamo scritti per cinque anni senza mai spedire una foto. Dovunque andassi la prima cosa che facevo era cercare un posto dove ricevere la sua corrispondenza.

Abbiamo iniziato con le cartoline, poi le lettere, infine interi quaderni (oggi le conserviamo tutte, come un tesoro, dentro a un baule in Norvegia). Ci raccontavamo tutto, proprio tutto… Dopo cinque anni, pur senza esserci mai visti, eravamo innamorati. Decidemmo di incontrarci, a Firenze. Lei mi scrisse il giorno dell’appuntamento e aggiunse che l’avrei riconosciuta dalla maglietta a righe bianche e blu che avrebbe indossato.

Arrivò il giorno. Andai in Piazza della Signoria. La vidi: era bellissima. Partimmo insieme, per terra e per mare: abbiamo navigato nel Mare del Nord e nel Mediterraneo. A Gibilterra, nel 1986, ci sposammo: testimoni e invitati erano tutti nomadi del mare che vivevano, come noi, momentaneamente in quel porto.

Decidemmo di vivere in Norvegia e andammo ad abitare in una ex-segheria: era una casa grandissima, a cavallo di un fiume, a 20 km dal primo negozio. Il Comune, dato che avevamo tanto posto libero, ci chiese se potevamo ospitare alcuni profughi kenioti, di origine indiana, in fuga dal regime. Furono mesi molto belli dedicati soprattutto a imparare, grazie a loro, sia la cucina dell’Africa dell’Est che quella indiana.

Non conoscevo la lingua e non potevo ancora lavorare nell’ambito fotografico ed editoriale, i due settori professionali a cui ambivo. Nuovamente mi ritrovai a lavorare sulle barche, trainando tubi sottomarini per la distribuzione dell’acqua da un’isola all’altra. Mi innamorai dei ghiacci.

In sei mesi imparai il norvegese e, finalmente, iniziai a lavorare stabilmente in campo editoriale, prima in Norvegia e poi per editori, giornali e musei di tutto il mondo. All’inizio mi occupavo soprattutto di argomenti legati alla cultura marittima. Poi, pian piano, ho spostato il mio interesse verso temi più inerenti all’antropologia sociale e alle identità culturali che popolavano la Terra.

Dopo 12 anni e due figli, il matrimonio con Mette terminò. Si decise che i bambini — di 2 e 4 anni — avrebbero vissuto con me. Insieme a loro, tornai in Italia e ci stabilimmo a Rimini: una città di cui non sapevo quasi niente ma che giudicai adatta per crescere, da solo, i miei figli. Quasi tutto il mio lavoro ruotava comunque intorno acase editrici, giornali e clienti di Milano, la città che, dopo Genova, in Italia mi ha dato di più.

A Rimini, insieme ai bambini, sono stati anni belli. Facevamo tutto insieme: li portavo con me durante i servizi fotografici o i reportage. Spesso andavamo, in auto, e a trovare la mamma in Norvegia o ovunque lei ci desse un appuntamento (lei era diventata una velista e velaia professionista, mestieri che svolge tuttora). Altre volte viaggiavano da soli, in aereo. In estate, quando loro andavano in Norvegia per tre mesi, mi concedevo viaggi più lunghi o reportage più impegnativi.

Era una vita un po’ complicata, ma la mia condizione di genitore solo non mi ha mai causato grandi problemi sul lavoro; nemmeno mi ha impedito di fare ciò che più mi piaceva e con i clienti che mi sceglievo. Da questo punto di vista ho lavorato bene soprattutto con case editrici e aziende guidate da donne; erano generalmente più rispettose delle mie priorità.

Una di queste donne, Fiorenza Mursia, senza saperlo mi diede anche l’occasione di ripagare un debito che avevo: la sua casa editrice (Ugo Mursia Editore) mi chiese di riprogettare la collana dedicata al mare — la più grande d’Europa — e di realizzare le immagini per le nuove copertine. Molti di quei libri erano gli stessi che, anni prima, rubavo a Bari…

Ma c’era qualcosa che non andava: in quegli anni ho assistito, dall’interno, al cambiamento nel mondo dei media e dell’editoria. Quell’ambiente, giorno dopo giorno, iniziava ad andarmi stretto e mal sopportavo il crescente peso che il marketing aveva al suo interno: il fumo stava diventando decisamente più influente dell’arrosto…

Anche l’Italia iniziava a starmi stretta: ne intuivo il declino e la sempre minore energia creativa. Tutto questo si accentuò nel 2002 quando uno dei miei figli, a scuola, ebbe un gravissimo incidente che rese necessari molti mesi di cure e terapie riabilitative. Quella — tra infinite battaglie burocratiche, legali e finanziarie — fu l’occasione per mettere in discussione tutto.

Iniziò a prendere corpo l’idea di creare qualcosa veramente mio, centrato su ciò che mi interessava maggiormente: rendere tangibile, attraverso la fotografia, ciò che unisce — nonostante le palesi e ovvie differenze — le diverse comunità del mondo, soprattutto quelle più piccole e marginalizzate. Ma i miei figli erano ancora piccoli: dovevo rimandare.

Il cambiamento radicale e senza ritorno avvenne nel 2008, e fu provocato da due fatti. Il primo: i miei figli, ormai adolescenti, mi espressero il desiderio di andare a vivere con la mamma, in Norvegia. Io fui d’accordo: era la scelta giusta da fare, anche per le opportunità di crescita che quel Paese poteva offrire.

Il secondo: diventai molto amico di Angela, donna e scrittrice eccezionale. Era una di quelle rare persone che hanno il potere di svelarti il tuo vero mondo e di spingerti ad abbracciarlo senza paura. Decisi di seguire la mia natura, ridussi radicalmente le mie esigenze economiche, regalai tutto ciò che possedevo (incluso circa 1500 libri) e abbandonai i media “mainstream”: da allora mi occupo solo di argomenti che mi toccano il cuore.

I primi passi di questo nuovo percorso li mossi in Brasile, dove andai per effettuare dei reportage e documentari dedicati a molte piccole comunità sparse in quell’enorme Paese. A Rio de Janeiro ricevetti un’email di Angela: mi informava che il tumore con cui da tempo combatteva si era aggravato e mi chiese di inventare qualcosa che diventasse una specie di regalo-testamento per le sue figlie, allora molto piccole.

Tra un reportage e l’altro, ebbi l’idea di realizzare un piccolo film che avesse due obiettivi: esaudire il desiderio di Angela (scomparsa qualche mese dopo) e fare un omaggio simbolico a tutte le donne che tanto hanno dato alla mia vita e alla mia storia. Donne che — nelle parole di Angela — difendono ”la Creazione, la creatività, la libertà, l’evoluzione del pensiero”. Donne che sono anche “custodi dell’eresia, dell’illecito, dell’impossibile”… Così nacque “The Energy of Women”: il primo seme di tutto ciò che faccio oggi.

 

Una storia di vita davvero straordinaria. So che hai anche vissuto una parte dell’Africa con profondo rispetto e dedizione. Che rapporto hai o hai avuto con l’Africa e cosa hai imparato del continente?

Ho sempre vissuto tra africani: a Genova, già quando ero bambino, erano tantissimi. Giocavo con loro, frequentavo le loro case, litigavamo, le davamo e le prendevamo insieme, “combattevamo” insieme contro quelli della “Genova Bene”, soprattutto se sampdoriani… Anche alcuni dei migliori amici dei miei figli, a Rimini, erano di origine afro e provenivano da Kenya, Marocco, Capo Verde.

In seguito, per lavoro, ho viaggiato in alcuni Paesi africani ma erano viaggi brevissimi, come spesso succede per i servizi fotografici, che poco hanno contribuito alla mia conoscenza del continente.

Ho iniziato a conoscere meglio l’Africa lontano da essa, in tante piccole comunità (quilombo) con cui ho lavorato nel Recôncavo Baiano, in Brasile. Là ho avuto la fortuna di essere ammesso a riti sacri e a altri molti aspetti della loro cultura d’origine. Dopo il Brasile, sempre grazie a una donna, andai in Etiopia, dove ho vissuto per alcuni anni, sviluppando molti progetti fotografici ed editoriali in collaborazione con organizzazioni e piccole comunità locali.

Cosa mi ha più colpito? In negativo, oltre ai tanti conflitti etnici a cui ho assistito e che mi hanno tolto persone care, mi ha impressionato l’adesione acritica e incondizionata a ideologie religiose, importate da fuori, e a un liberismo economico feroce ma spacciato per sviluppo che, come sempre succede, colpisce soprattutto le fasce più deboli delle popolazioni.

Invece, in positivo, sono tante le cose che mi affascinano: il senso di sacro che permea molti aspetti della vita quotidiana, la solennità anche nei piccoli gesti, l’attenzione verso i racconti altrui, il rispetto del ruolo sociale (madre, padre, anziano, maestro/a, etc) svincolato dal potere economico, il fatto che ogni singolo individuo venga ritenuto rappresentante dell’intera comunità a cui appartiene.

Quindi non posso certo dire di “conoscere l’Africa” (chi può dirlo davvero?) ma solo alcuni aspetti di essa. E di certo non soffro in alcun modo del cosiddetto “Mal d’Africa”. So solo che è là — in Etiopia, per la prima volta da quando ho lasciato i vicoli di Genova — che mi sono sentito finalmente a casa.

 

Com’è nata Ayzoh!? E cosa fate?

Ayzoh! è un’organizzazione in cui ho cercato di unire tutti i puntini. Idealmente lavoriamo al fianco dei “costruttori di comunità”: chi promuove unità e non divisione, cooperazione e non competizione, dialogo e non discussione, diversità e non omologazione, innovazione e non status quo.

Concretamente, attraverso il racconto visuale e la produzione editoriale (stampa, digitale, web, video), Ayzoh! promuove, sostiene e connette i progetti — culturali, sociali, imprenditoriali — di organizzazioni, imprese, istituzioni e individui che lavorano all’interno di piccole comunità resilienti o marginalizzate. Operiamo sia localmente che globalmente.

Il senso più profondo di Ayzoh! è tutto nel suo nome, una parola che in amarico, a seconda della situazione, può significare “va bene”, “andrà tutto bene”, “spero che non ti sia fatto male” o “non preoccuparti”, “ce la farai”, “forza!”, “coraggio!”. Gli etiopi la usano per consolare chi sta soffrendo emotivamente o fisicamente oppure per infondere coraggio a chi deve affrontare prove impegnative.

Cosa ne pensi sul meticciato e sulla bi-multiculturalità

La vita mi ha mostrato come il meticciato sia la condizione normale e più diffusa dell’umanità. Scherzando, potrei dire che sono i non meticci a essere “strani”. Ritengo quindi più importante discutere della questione della multiculturalità e di come farla splendere per ciò che — come nel caso dei miei figli — quasi sempre è: ricchezza e fonte creatrice di opportunità.

Come è scritto in un punto del “Manifesto di Ayzoh!”, affinché ciò avvenga e per sfruttare pienamente questa opportunità, è necessario scoprire la mappa culturale e cognitiva di chi siamo e di dove siamo. Per farlo è necessario anche imparare da quella degli altri: possiamo essere uniti nelle nostre differenze solo se sappiamo cosa possiamo collegare insieme.

Nel mio caso, questa è un’operazione che mi risulta naturale compiere: anche questo lo devo a mio papà e ai vicoli di Genova. Mi ricordo che nelle nostre passeggiate lo vedevo salutare tutti — commercianti e contrabbandieri, italiani e stranieri, ex-carcerati e poliziotti, prostitute e transgender, chiunque — togliendosi il Borsalino che spesso portava, con un “Buongiorno Signora” o “Buongiorno Signore”.

Senza la pretesa di insegnarmi nulla, senza l’infinita tristezza del “politicamente corretto” di oggi, senza l’arroganza e la violenza dell’identitarismo che sta invadendo i media e i social … mi ha semplicemente mostrato la bellezza e le contraddizioni della nostra comune umanità. Mi ha anche mostrato come nessuno dovrebbe mai “scusarsi” per ciò che è o per ciò che, nel rispetto degli altri, sceglie di essere.

Questo è stato il mio imprinting e questo ho cercato — credo, riuscendoci — di trasmettere ai miei figli. Per noi è stato facile, ma questo non vuol dire che non sono consapevole delle difficoltà e delle discriminazioni di ogni tipo che incontrano altre persone. Ma le polemiche divisive, che spesso mascherano operazioni di marketing personale o politico, mi provocano un rigetto fisico. Non servono. Sono complici del “problema” e del “sistema” discriminatorio.

L’unica cosa che possiamo realmente fare è celebrare la Bellezza — in ogni sua forma — e, allo stesso tempo, stare al fianco di chi è discriminato o escluso: non davanti ma nemmeno dietro, non con l’atteggiamento dei “salvatori” ma nemmeno con il capo cosparso di cenere per colpe di cui non siamo direttamente responsabili. Credo che questa sia l’unica strada per evolvere come comunità umana.

Poi, ognuno faccia come può. Io cerco di farlo attraverso ogni singola fotografia che scatto e appoggiando concretamente e materialmente, con ciò che so fare bene, le cause in cui credo. L’importante è che contengano al loro interno pochi concetti “antichi”: libertà, equità, fratellanza. L’importante è che non inibiscano mai uno sguardo pieno di meraviglia e le nostre relazioni con l’Altro.

In fondo, cerco solo di mettere in pratica le parole che lessi in uno dei libri che rubai. Erano scritte da Jacques Brel e dicevano: «A me non piacciono quelli che credono di sapere tutto. Io amo quelli che, in qualsiasi circostanza, si danno un calcio in culo e si dicono “io non lo so, vado a vedere”». È tutto qui.

Lo sai che ti sono riconoscente per una serie di motivi, una delle quali, per avermi concesso di entrare nei corridoi della tua vita. Ecco! Sei una di quelle persone che non si ringraziano mai abbastanza! Ma un’ultima domanda te la devo fare, dal momento che ritengo tu sia una di quelle poche persone capaci di dare alla parola libertà il suo più profondo significato: cos’è per te la libertà? E tu… ti senti un uomo veramente libero?

E’ tutto. Per me, la parola “libertà” non può viaggiare da sola, ma deve sempre accompagnarsi alle parole “dignità” e “responsabilità”. Io credo nel libero arbitrio e nell’autodeterminazione di ogni essere umano, soprattutto la mia. Affinché questi concetti non restino pura utopia bisogna essere pronti a stabilire delle priorità e a pagare il prezzo necessario per le scelte che si fanno.

Poiché da sempre convivo con la sensazione che tutto può finire in un attimo, ho scelto di dare priorità al tempo. Non al “tempo libero” ma proprio al “mio tempo”. Come gestirlo, lo decido io e nessun’altro. E’ mio! Al limite, posso decidere di donarlo verso chi e cosa mi interessa.

Questo forse l’ho pagato in termini di notorietà, carriera, condizione economica e vita sociale. Ma non mi lamento di nulla. E’ questa, credo, è la dignità: rivendicare le proprie scelte e difenderle. Difendere ciò che siamo. In silenzio, con leggerezza ma a qualsiasi costo.

E poi c’è la responsabilità. La responsabilità verso la libertà (e la dignità) degli altri. Senza la loro, la mia è comunque limitata. Anche questo concetto rasenta l’utopia e la banalità. Ma cerco di applicarlo lo stesso: per questo, con il tempo, ho anche imparato a lasciare andare gli altri: figli, donne, amici, persone a cui avrei potuto affezionarmi. Spesso questo viene scambiato per indifferenza e freddezza ma non è così: è amore per la loro vita, per le loro possibilità. Voglio che volino.

Tutto ciò cerco di applicarlo anche nel mio lavoro cercando di raccontare storie di libertà e dignità: i due strumenti più potenti per progredire sia a livello individuale che collettivo.

 

 

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